di Giuliano Longo (*)
Donald Trump, durante una riunione di governo, ha avvertito che l’Oman dovrà comportarsi “proprio come tutti gli altri, altrimenti dovremo farli saltare in aria”. Il commento è stato in risposta alle notizie secondo cui l’Oman stava pensando a collaborare con Teheran nella riscossione di importi sulla spedizione attraverso lo Stretto di Hormuz..
L’Oman, va ricordato, ha ospitato per decenni navi americane nei suoi porti; per anni ha mediato i colloqui nucleari con quasi due secoli di legami diplomatici ininterrotti con Washington. Fatti che rendono davvero sorprendenti le esternazioni aggressive di Trump.
L’Iran, che di fatto ha chiuso lo stretto, ora vuole riaprirlo mantenendone il controllo sovrano. Teheran ha inizialmente ha parlato di i “pedaggi” per compensare i danni derivanti dal conflitto, ma dopo lele reazioni internazionali sul diritto dinavigazione ha virato su contributi per la sicurezza (sminamento) e servizi ambientali.
Teheran ha anche discusso un accordo congiunto con l’Oman, il cui territorio (il governatorato dell’exclave Musandam a nord degli Emirati Arabi Uniti) confina con il fianco meridionale dello stretto e ha assicurato Washington che non ci sono “piani per il pedaggio”.
In effetti la frustrazione americana nei confronti dell’Oman deriva dai suoi rapporti con l’Iran sullo sfondo di una guerra che non sta andando a favore dell’America. Mentre altri stati del Golfo arabo rilasciano dichiarazioni che condannano l’Iran e firmano risoluzioni delle Nazioni Unite contro le sue azioni, l’Oman ha mantenuto il silenzio.
Quando i droni iraniani hanno colpito i porti dell’Oman, Muscat – la capitale – ha riconosciuto gli attacchi, ma non ha nominato l’Iran come il colpevole. Il capo di stato dell’Oman, il sultano Haitham bin Tarik, è stato l’unico capo di stato del Golfo a congratularsi con Mojtaba Khamenei per la sua nomina come nuovo leader supremo dell’Iran dopo che suo padre è stato ucciso dagli attacchi aerei.
Per un’amministrazione, come quella americana, che vede il mondo attraverso la lente di “con noi o contro di noi”, tale comportamento viene considerato un tradimento, ma l’approccio dell’Oman e la sua apertura all’Iran gli hanno consentito di subire un volume inferiore di attacchi rispetto ai suoi vicini.
Prima della guerra, l’Oman ha madiato 5 round di colloqui nucleari tra Washington e Teheran, e poco prima che i colloqui fallissero il suo ministro deglie Esteri volò a Washington presentandosi alla televisione americana per fare un’ultima richiesta di diplomazia.
L’impegno non ha funzionato, ma questa disponibilità a mediare fra le parti rende l’Oman insostituibile, non solo per l’architettura diplomatica della regione, ma per qualsiasi serio sforzo americano per porre fine alla guerra.
Washington invece sembra aver raggiunto la conclusione opposta. Diversi funzionari statunitensi hanno riferito ai media che gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni sull’Oman per recidere del tutto i suoi legami con l’Iran, ma l’Oman non ha mai reagito e il suo silenzio riflette anche la sua posizione geografica unica.
Lo stretto di Hormuz è largo appena 21 miglia nella sua posizione più stretta, dove la costa dell’Iran si affaccia sulla penisola di Musandam in Oman. Vista la vicinanza, Muscat e Teheran hanno sempre dovuto coordinarsi e lo stanno facendo anche ora, e qualunque cosa vogliano gli americani, lo faranno anche in futuro.
L’Iran ha già segnalato dove vuole arrivare con questo coordinamento.Il 21 maggio il New York tTime riferiva che Teheran aveva proposto una partnership formale, e che l’Oman – dopo aver inizialmente respinto la proposta – ha successivamente discusso la condivisione delle entrate deruvatidal transito nello Stretto, Infatti Muscat non ha chiuso la porta su un accordo di servizio eTeheran ha tutto l’interesse che l’Oman – in un modo o nell’altro – partecpi ai profitti per l’attraversamento dello stretto.
Questo non vuol dire che sia colluso con Teheran, solo che la maggior parte dei porti omaniti si trova al di fuori dello stretto di Hormuz e con l’aumento dei prezzi del petrolio, Muscat ha rafforzato la sua posizione finanziaria, mentre la sua economia sta superando i suoi vicini scherati con Trump.
Il silenzio dell’Oman va visto allora come una realistica “vision” del futuro del più importante chokepoint del mondo, quando la guerra finirà . Con la sua economia devastata dalla guerra e dalle sanzioni, l’Iran non può ignorare la leva che deriva dal controllo del punto di strozzamento energetico più importante del mondo.
Teheran sa che ha bisogno della cooperazione dell’Oman per dare credibilità a qualsiasi accordo. L’Oman sa che può contribuire a una de-escalation facendo in modo che quelle tasse di transito non si inspriscano in futuro e non appaiano come un tributo iugulatorio.
Intrappolato tra queste due posizioni concorrenti, il silenzio omanita comincia a sembrare la risposta più razionale alla soluzione del problema.
Muscat non è il solo a cercare di trovare dei vantaggi da una pace duratura. Il vice primo ministro del Qatar da Singapore ha dichiarato sabato scorso che Doha si oppone alle tasse permanenti, dal momento che “le tasse di imposizione avranno sempre un impatto sul consumatore”.
Ma ha aggiunto che un prelievo temporaneo – per la compensazione delle mine o altri servizi resi – sarebbe “negoziabile”. nella la logica dell’attuale proposta dell’Iran: quindi non le tasse per il passaggio, che sono vietate dal diritto internazionale, ma un contributo per servizi forniti, consentito dal diritto internazionale.
Il quadro che emerge è che Oman e Qatar cercano di trovare una formula che conceda all’Iran abbastanza per le sue rivendicazioni e agli Stati Uniti quanto basta per riconoscere che una qualsiasi delle sue linee rosse non verrà superata, con vantaggi per l’economia globale e per l’industria marittima che ha bisogno della riapertura dello Stretto
La posizione neutrale dell’Oman nei confronti dell’Iran rimane la conferma di come il sultanato abbia sempre operato per numerosi accordi, fra I quali, il più recente l’anno scorso, nella trattativa per il rilascio di ostaggi e prigionieri americani in Iran e detenuti nello Yemen dagli Houti.
Minacciando di bombardare e sanzionare uno dei pochi partner statunitensi di cui l’Iran si fida, Washington rischia di eliminare un interlocutore il cui aiuto potrebbe contribuire a qualsiasi accordo di pace e gi americani lo sanno, così come sanno che l’Oman è resilente alle loro pressioni.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
