Primo piano

L’Opinione-Il Conte di Rebibbia

 

di Riccardo Bizzarri (*) giornalista

 

 

Alexandre Dumas ci perdonerà. O forse no.

Perché nel 2026 anche noi finalmente abbiamo il nostro Edmond Dantès nazionale. Non quello che evade dal Castello d’If dopo quattordici anni di ingiusta prigionia per smascherare una congiura internazionale. No. Molto meglio. Esce da Rebibbia, cena con Vannacci e il giorno dopo è già pronto a riprendersi la scena politica. L’Italia è l’unico Paese dove il curriculum politico sembra ormai richiedere una voce imprescindibile:

 

Esperienze professionali

  • Assessore, Parlamentare,  Ministro e Recluso

Perché il carcere, da pena prevista dall’ordinamento, è diventato un master universitario in autenticità. Una volta si diceva “ha fatto la guerra”. Oggi basta dire: “ha fatto Rebibbia”. Applausi, standing ovation, interviste, selfie manca solo la fascia “Miss Detenuto dell’Anno”.

Edmond Dantès almeno era innocente per davvero e passò quattordici anni a marcire in una cella prima di trasformarsi nel Conte di Montecristo. Da noi basta molto meno.

Esci dal carcere e diventi automaticamente un perseguitato politico, un martire della libertà, un testimonial dell’antisistema. Qualunque sia stata la vicenda giudiziaria, il dibattito pubblico smette di discutere responsabilità, sentenze, fatti e inizia a costruire un mito. L’eroe non è chi ha costruito qualcosa. È chi può dire: “Anch’io sono stato dentro.” Sembra quasi un distintivo di merito.

Tacito scriveva che “corruptissima re publica plurimae leges”: più uno Stato è corrotto, più produce leggi. Noi siamo riusciti nell’impresa successiva. Più la politica perde credibilità, più il carcere diventa un titolo di legittimazione. Siamo oltre il paradosso. Siamo al cabaret costituzionale. Vannacci accoglie Alemanno come un reduce che torna dalla campagna di Russia. Manca soltanto la banda musicale.

Magari l’inno del Conte di Montecristo remixato in chiave sovranista. Nel frattempo il Paese continua a discutere di simboli invece che di salari, produttività, scuola, ricerca, sanità, natalità, debito pubblico. Ma vuoi mettere? Quelle sono questioni noiose. Molto meglio la mitologia. Molto meglio il racconto epico.

L’Italia vive di romanzi perché ha smesso di leggere i bilanci. Nel frattempo mi torna in mente Gustave Le Bon, quello della Psicologia delle folle: “La folla non ragiona: crede.” Mai frase fu più attuale.

Conta la narrazione, conta il personaggio, conta il martire, conta il nemico, conta tutto, tranne la realtà. George Orwell lo aveva spiegato con una semplicità spietata:

“In tempi di inganno universale, dire la verità diventa un atto rivoluzionario.” Noi siamo riusciti persino a migliorarlo. In tempi di spettacolo universale, il carcere diventa marketing e il marketing diventa consenso.

Poi ci domandiamo perché la fiducia nelle istituzioni crolli. Forse perché abbiamo sostituito la competenza con la tifoseria, l’analisi con il tifo la responsabilità con il vittimismo. Persino Platone, ventiquattro secoli fa, aveva intuito il problema. Nella Repubblica descrive la democrazia che degenera quando il consenso vale più della competenza ovviamente il povero Platone non immaginava i talk show, non immaginava i social e soprattutto non immaginava le dirette fuori da Rebibbia altrimenti avrebbe aggiunto un capitolo.

E infine arriva il pensiero proibito. Quello che nessuno osa pronunciare senza essere immediatamente crocifisso. Davvero siamo sicuri che il suffragio universale, da solo, basti a garantire una buona democrazia?

Attenzione non significa mettere in discussione il diritto di voto che è una conquista irrinunciabile ma significa chiedersi se una democrazia possa sopravvivere quando il cittadino viene educato soltanto a tifare e mai a comprendere.

Luigi Einaudi diceva: “Conoscere per deliberare” peccato che noi abbiamo eliminato la prima parte. Deliberiamo solamente e con una velocità impressionante senza conoscere quasi nulla. Ed è così che ogni uscita dal carcere rischia di trasformarsi nell’ennesima puntata di un reality nazionale. Il problema, forse, non è chi esce da Rebibbia il problema è un Paese che continua a entrare, ogni giorno, nel carcere delle proprie illusioni.

E quello, purtroppo, non prevede libertà anticipata.

(*) Giornalista

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