Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha partecipato all’inaugurazione di “Benu”, l’installazione luminosa e permanente dell’artista Eugenio Tibaldi, nella Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, a Roma. Alla cerimonia hanno partecipato anche detenute che hanno preso parte al laboratorio sull’opera.
Ma ecco l’integrale dell’intervento del Capo dello Stato.
Questa pièce teatrale, che riconduce a Italo Calvino, così ben interpretata, la testimonianza dello studente che ha iniziato un percorso di cultura accademica e Benu: tutte e tre queste testimonianze, queste manifestazioni di cultura hanno, in realtà, in comune il senso e il significato che Benu intende esprimere: la rinascita, il futuro; non soltanto la speranza, ma la certezza del futuro.
Vorrei ringraziare il maestro Eugenio Tibaldi per l’opera. Aver collocato insieme il suo genio artistico e l’essersi fatto interprete delle sensibilità artistiche delle donne di Rebibbia è stato un grande lavoro. Ha dato voce, è stato veicolo e strumento dei sentimenti, delle sensibilità, degli spunti artistici delle donne di Rebibbia.
Come è stato detto dalla Presidente Severino e dalla signora Alessia – poc’anzi – Benu esprime volontà di rinascita che è tipica della fenice, appunto. E questa volontà è quella che viene indirizzata qui nei due stabilimenti, attraverso i percorsi culturali: l’arte, lo studio, il teatro, l’arte raffigurativa.
Prima di entrare qui ho avuto anche la testimonianza di un’altra forma importante, professionale, di attività di pasticceria, ma anche di cultura dell’alimentazione.
La cultura è il terreno migliore, più alto per costruire futuro, per cui recupero e rinascita, appunto.
È significativo questo – Capo Dipartimento – perché questo è l’anno cinquantesimo dell’ordinamento penitenziario italiano. Che è stato una svolta nella vita degli istituti penitenziari, con il rifiuto e il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità; con la riaffermazione, ben costruita e ben disposta e raffigurata, obbligatoria, del fine rieducativo della pena; e anche del progetto e della missione degli istituti di costituire, prevedendole, opportunità di socializzazione.
Per questo, questi contatti che vi sono – e ringrazio l’Università di Tor Vergata per l’iniziativa ormai ventennale di questo rapporto – con l’attività artistica: tutte queste attività, tutte queste iniziative fanno sì che gli istituti di pena non siano isolati dal mondo esterno, ma facciano parte – come è doveroso – del mondo esterno, del mondo della nostra Repubblica.
Per questo è una indispensabile esigenza, quella della collaborazione che viene assicurata dalla Polizia penitenziaria, che ha un ruolo decisivo in questi percorsi; della necessità di coinvolgere, come viene fatto in tante sedi carcerarie, il volontariato, del dinamico protagonismo dei singoli istituti penitenziari, che va valorizzato e va consentito che si esprima, ripeto, con protagonismo, perché l’istituto è il veicolo principale di collegamento con la realtà esterna alla dimensione carceraria, e quindi di garantire prospettive, futuro, ripresa, rinascita. Per questo è indispensabile operare in questa direzione.
Qui, in questo istituto, vengono sviluppate queste iniziative, che sono emblematiche, esemplari.
Naturalmente non si può ignorare che non dovunque è così, che vi sono istituti che hanno una condizione totalmente inaccettabile, vi sono istituti in cui non vi sono attività simili.
Occorre che questo messaggio – che viene dai cinquant’anni dell’ordinamento penitenziario italiano – venga raccolto, sviluppato e praticato.
Per questo sono lieto di essere qui e aver trascorso questi momenti insieme a voi: per sottolineare quanto siano importanti per il nostro Paese, per la sua società, questi percorsi di coinvolgimento culturale e professionale, di prospettiva di futuro, che vengono assicurati e sviluppati.
E quindi complimenti ai due istituti – dell’ambito femminile e dell’ambito maschile – per quanto fanno e complimenti per i protagonisti che abbiamo visto nella pièce teatrale, che abbiamo ascoltato poc’anzi: sono espresse in Benu.
Per me è stato un momento importante, quello descritto dal maestro Tibaldi, quel che hanno espresso le donne di Rebibbia, e che lui ha tradotto, poi, nelle immagini, che non esprime soltanto il suo genio artistico, ma anche quello delle donne di Rebibbia.
Per questo è un simbolo importante, ma anche un richiamo importante”.
Red
