di Viola Scipioni
La visita di Giorgia Meloni alla Casa Bianca, prevista per il 17 aprile, si colloca in un momento di forti turbolenze diplomatiche e nervosismi politici. Sullo sfondo, i nuovi dazi imposti dagli Stati Uniti e la risposta del Presidente Donald Trump, che ha scelto il linguaggio della provocazione per ribadire la sua linea: «i Paesi mi stanno chiamando per baciarmi il culo. Muoiono dalla voglia di fare un accordo». Una frase che ha fatto il giro del mondo e che ha gettato un’ombra lunga sull’imminente missione della premier italiana.
Il viaggio, inizialmente presentato come un’occasione per rafforzare l’asse atlantico, si è presto trasformato in una sfida diplomatica ad alto rischio. L’Italia cerca uno “sconto” sui dazi, ma il rischio di apparire subalterna agli Stati Uniti è concreto, soprattutto alla luce dell’atteggiamento muscolare del tycoon e delle sue parole sprezzanti verso i partner commerciali. «Disgustoso», ha commentato Matteo Salvini. «Serve trattare col dialogo, non col bazooka», ha aggiunto, riferendosi anche alle dichiarazioni della Commissione europea sull’utilizzo dello strumento anti-coercizione.
La sospensione dei dazi per 90 giorni, annunciata in extremis da Trump, ha cambiato lo scenario. Si tratta di una finestra di tregua, un’apertura parziale, con una riduzione dell’aliquota al 10%. Un colpo di scena che ha colto impreparato Palazzo Chigi, impegnato fino a poche ore prima a blindare l’incontro con un lavoro diplomatico sottotraccia. Ma la mossa non è necessariamente un segnale di distensione: Trump ha escluso dalla sospensione la Cina, puntando tutto sull’effetto-leva dei dazi come strumento di pressione politica e commerciale.
Dentro Fratelli d’Italia, il clima non è dei più sereni. «Io sono di destra, ma non sono trumpiano», ha dichiarato Luca Ciriani. La frase suona come un tentativo di prendere le distanze da un alleato scomodo, o perlomeno imprevedibile. In Transatlantico, c’è chi ammette sottovoce che «forse sarebbe stato meglio se avesse vinto Kamala Harris». Anche Antonio Tajani, Vicepremier e Ministro degli Esteri, ha cercato di rassicurare: «Meloni andrà da lui con la schiena dritta», ha detto, ma non ha nascosto la difficoltà di trattare con una figura che si muove al di fuori di ogni protocollo.
L’operazione politica del viaggio alla Casa Bianca è ambiziosa: Meloni non si presenterà solo come premier italiana, ma come potenziale interlocutrice per l’intera Europa. In questo senso, il vertice è stato concordato anche con Bruxelles e con il Quirinale. Il tentativo è quello di posizionarsi come mediatore tra gli interessi statunitensi e quelli europei, evitando che l’Italia venga percepita come un vassallo isolato.
Ma l’equilibrio è fragile. Da Parigi arrivano segnali di irritazione. Si teme che i colloqui bilaterali possano spaccare il fronte europeo, dando a Trump l’idea che l’Ue sia disunita e facilmente penetrabile. La mancata adozione dei “controdazi” proposti da Bruxelles – bloccata, tra gli altri, da Viktor Orbán – ha già mostrato quanto sia difficile tenere una linea comune. In questo clima, anche una mezza apertura può essere letta come una concessione unilaterale.
Nel frattempo, le opposizioni italiane approfittano dell’occasione per attaccare. «Promettono di pensare all’Italia e finiscono nell’elenco dei baciatori», ha ironizzato Matteo Renzi. I Cinque Stelle accusano il governo di voler finanziare l’acquisto di nuovi F-35 americani mentre le imprese italiane soffrono sotto il peso dei dazi. L’Alleanza Verdi e Sinistra, con Angelo Bonelli in testa, parla apertamente di «estorsione» da parte di Trump e propone il boicottaggio dei prodotti americani con l’app trumptax.eu. «Difendiamo la nostra economia della colonizzazione dell’arroganza», è il loro appello.
A rendere il quadro ancora più instabile è la percezione di una leadership italiana costretta a rincorrere gli eventi. Giorgetti e Lollobrigida, sorpresi in una conferenza stampa dalla notizia della sospensione dei dazi, hanno reagito con prudenza. «Apprezzo la decisione, vedremo», ha detto il Ministro dell’Economia, che ha invitato a «non basare tutto su ciò che succede in borsa». Dietro le parole misurate si legge il disorientamento di un esecutivo che si muove tra scossoni internazionali, pressione interna e retroscena di partito.
Eppure, questa potrebbe essere per Giorgia Meloni una delle occasioni più importanti (e più pericolose) del suo mandato. Perché se riuscirà a strappare un risultato concreto – magari una revisione strutturale dei dazi per i prodotti industriali – potrà presentarsi in patria come leader capace di difendere gli interessi nazionali su scala globale. In caso contrario, rischia di diventare il simbolo di un’Italia piegata alle dinamiche di potere altrui.
«Gli Usa non sono più i padroni del mondo come trent’anni fa», ha detto ancora Ciriani. «Ora tutto è più connesso, gli effetti sono imprevedibili. Si spera di arrivare a un riequilibrio generale». La speranza, appunto. Perché nel flipper impazzito della diplomazia contemporanea, anche una pallina impazzita può cambiare la partita. E l’Europa osserva. Divisa, perplessa, ma consapevole che la vera partita si gioca anche sul terreno della dignità.
aggiornamento Dazi ore 1437
