di Riccardo Bizzarri (*)
C’è un’immagine che racconta più di molte parole: mentre in Europa ci arrovelliamo su piccole guerre, divisioni interne, dispute di bilancio e polemiche ideologiche, a migliaia di chilometri di distanza la Cina celebra in Guinea l’avvio del progetto minerario di Simandou, uno dei giacimenti di ferro più grandi e promettenti del pianeta.
A rappresentare Pechino alla cerimonia d’inaugurazione non c’era un funzionario qualsiasi, ma Liu Guozhong, membro del Politburo e vicepremier del Consiglio di Stato, inviato personale del presidente Xi Jinping. Un segnale inequivocabile: la Cina non tratta il continente africano come un terreno di aiuti o compassione, ma come un partner strategico, un nodo vitale del suo disegno geopolitico globale.
Il progetto di Simandou, nel sud-est della Guinea, è in cantiere da anni (per la precisione dal 2014). Secondo Reuters e Financial Times, si tratta di un deposito da miliardi di tonnellate di minerale di ferro ad altissimo tenore, capace di ridisegnare il mercato globale e ridurre la dipendenza cinese dall’Australia, oggi principale fornitore di ferro al gigante asiatico.
Ma la notizia non è solo economica. È politica, strategica, culturale. Pechino non si limita a scavare: costruisce infrastrutture, finanzia ferrovie e porti, forma tecnici locali, e in cambio ottiene fiducia e influenza. È la proiezione concreta della “Nuova Via della Seta”, quella Belt and Road Initiative che, al netto delle critiche occidentali, da dieci anni sta tessendo una rete di relazioni economiche e politiche dall’Asia all’Africa, fino all’America Latina.
E tutto questo non nasce oggi. Dal 2014 la Cina lavora con costanza e metodo in Africa, consolidando alleanze, investendo miliardi in energia, miniere e trasporti. Mentre noi discutevamo di regole di bilancio, Pechino costruiva binari, ponti, e visioni di lungo periodo.
Nel frattempo, l’Europa continua a consumarsi in micro-conflitti interni: governi che cadono, frontiere che si chiudono, summit che si concludono con “tavoli tecnici” e “dichiarazioni d’intenti”. Ci manca una strategia comune. La politica estera dell’Unione è frammentata, incapace di parlare con una voce sola. E così, mentre Bruxelles discute di quote latte, di aiuti di Stato o di parametri fiscali, il mondo si sposta altrove.
La domanda è semplice e imbarazzante: dov’eravamo noi mentre la Cina diventava il partner privilegiato di decine di Paesi africani? Dov’erano le nostre imprese, i nostri governi, la nostra diplomazia economica? È difficile rivendicare un ruolo globale quando si rinuncia persino alla capacità di agire insieme.
Se mettiamo a confronto l’arte del fare politica (Cina) e la politica del “dire” (Europa) la fotografia impietosa ci restituisce questo: Europa dibattiti infiniti ed inutili, politica dei vincoli, orizzonte elettorale a 5 anni (forse) Cina: Decisioni rapide, strategia delle opportunità, visione secolare al 2050
E non si tratta solo di economia. È una visione del mondo. La Cina agisce con metodo e pazienza: penetra nei mercati, conquista fiducia, costruisce dipendenze positive. L’Europa invece vive di emergenze: reagisce, non prevede.E quando finalmente si accorge di essere in ritardo, si consola con la retorica dei “valori”. Ma i valori, da soli, non bastano a costruire porti, reti ferroviarie o miniere.
Per l’Italia la questione è ancora più urgente. Siamo storicamente ponte tra Europa e Africa, ma oggi rischiamo di perdere anche quel ruolo. Le nostre imprese edili, energetiche e infrastrutturali potrebbero avere enormi spazi d’azione nel continente africano, ma manca una strategia coordinata, un piano di sistema. Il risultato è che ci ritroviamo a competere in ordine sparso, senza la forza geopolitica che sostiene invece le aziende cinesi, spesso “scortate” da accordi di Stato.
Non si tratta di imitare Pechino. Si tratta di capire che il mondo non aspetta.
E mentre l’Europa discute su come spartire un’economia stagnante, altri Paesi stanno già costruendo la prossima. In fondo, la vicenda di Simandou è solo un simbolo. Dietro quella miniera di ferro, c’è un ferro più duro e più invisibile: quello della volontà politica. La Cina dimostra che la forza di una nazione non nasce dalle armi o dalle parole, ma dalla coerenza del progetto, dalla capacità di pensare in termini di decenni e non di trimestri.
E allora, la domanda che dovremmo porci in Europa è questa:vogliamo restare commentatori del mondo o tornare ad esserne protagonisti?
Perché mentre noi discutiamo di chi ha torto o ragione dentro i nostri confini, altrove qualcuno, in silenzio, sta già disegnando i confini del mondo che verrà.
(*) Giornalista
