di Giuliano Longo
L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che incoraggerebbe la Russia ad attaccare qualunque paese della Nato che investa nella difesa meno di quanto indicato dalle linee guida dell’Alleanza, cioè il 2% del proprio prodotto interno lordo (Pil). Insomma secondo la logica trumpiana chi non paga è un mascalzone e va punito da Putin.
Ma veniamo alle cose serie, i numeri. A oggi circa due terzi degli stati membri dell’Alleanza , il patto militare siglato dai primi aderenti nel 1949, spendono meno del 2% del Pil nella difesa. Vale a dire 20 nazioni tra le 31 aderenti. E tra queste c’è anche l’Italia. Tuttavia, essendo una spesa proporzionale, chi non raggiunge la quota investe spesso molto più di chi lo fa.
I paesi membri della Nato partecipano all’Alleanza in maniera diretta, impegnando le le proprie forze armate e l’intero comparto della difesa. Non c’è alcun obbligo giuridico vincolante che imponga loro un minimo o un massimo di spesa per la ricerca, lo sviluppo o l’aggiornamento di truppe ed equipaggiamenti, ma solo una raccomandazione che viene decisa anno per anno a seconda delle necessità. .
Con la fine della Guerra fredda e dello scontro tra il blocco sovietico e quello degli Stati Uniti/ Nato, la linea guida di spesa è stata ridotta sotto al 2% del Pil, nella speranza di entrare in un’era di pace globale sotto l’ombrello statunitense. Tuttavia, già a seguito degli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti la soglia è stata nuovamente aumentata, per tornare al 2% nel 2014, a causa dell’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e dell’annessione della Crimea.
Il nuovo impegno è stato ulteriormente ribadito nel 2022 e nel 2023, dopo che Mosca ha invaso l’Ucraina, riportando le spese militari di gran parte dei paesi ai livelli della Guerra fredda.
Tuttavia, nonostante ci sia stato un aumento generale degli investimenti nelle spese militari, proprio perché si tratta di raccomandazioni e non di obblighi, pochissimi paesi hanno effettivamente raggiunto il 2% del Pil, continuando a contribuire in base alle proprie risorse e necessità.
L’obiettivo fissato dai paesi dell’Alleanza di spendere almeno il 2% del PIL all’anno per la difesa viene raggiunto solo da 11 paesi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Polonia, Grecia, Finlandia, Romania, Ungheria, Slovacchia e i tre Stati baltici. Allo stesso tempo, la quota indicata delle spese militari riflette il finanziamento della difesa nazionale dei paesi membri dell’Alleanza, e il loro contributo al bilancio complessivo della NATO è molto inferiore.
La Polonia spende la maggior parte di tutti i membri del blocco militare per scopi militari – 3,9% del PIL, gli Stati Uniti – 3,5% del PIL. Allo stesso tempo, tenendo conto dell’incomparabilità del PIL degli Stati Uniti e della Polonia, in termini quantitativi le spese americane per scopi militari sono venticinque volte superiori a quelle polacche.
Il resto dell’elenco mostra una certa tendenza secondo la quale più tardi un paese viene ammesso alla NATO, maggiore è la quota del proprio PIL che è costretto a spendere per esigenze militari. Così, la piccola Estonia è al terzo posto nella lista, seguita, come previsto, da Lituania e Lettonia, e poi da Romania, Slovacchia, Ungheria e Finlandia. La quota delle spese militari dei paesi della “vecchia Europa” è relativamente bassa: Francia – 1,9% del PIL, Germania – 1,6%, Spagna – 1,2%.
Nel loro insieme, i 30 Paesi della Nato nel 2021 hanno investito quasi 1.050 miliardi di dollari per spese militari, che equivalgono alla metà della spesa mondiale. Quest’anno Washington spenderà 722 miliardi di dollari per la difesa.
Una somma sostanzialmente doppia a quella investita da tutti gli altri paesi Nato messi insieme. L’Italia, dal canto suo, spenderà 29 miliardi. . Queste sono le previsioni alla vigilia del vertice di Madrid. Durante il quale è stato formalizzato l’impegno a portare da 40mila a 300mila i componenti delle forze di risposta rapida.
Nell’ultimo decennio, la spesa per le armi nei Paesi NATO della UE è cresciuta quattordici volte più del loro Pil complessivo. In Italia la spesa per i nuovi sistemi d’arma è passata da 2,5 miliardi di euro a 5,9 miliardi. Un passo verso la militarizzazione che rischia sia di destabilizzare ulteriormente l’ordine internazionale, sia di rallentare la crescita dell’economia e dell’occupazione in Europa e in Italia.
È quanto denuncia il rapporto “Arming Europe”, commissionato dagli uffici nazionali di Greenpeace Italia, Germania e Spagna,che rivela il minor effetto moltiplicatore delle spese militari rispetto a quello degli investimenti su ambiente, istruzione e sanità.
Nonostante le difficoltà delle finanze pubbliche italiane, la spesa militare è cresciuta con un ritmo senza precedenti anche nel nostro Paese, togliendo risorse alla spesa sociale e ambientale. Nel periodo 2013-2023, la spesa militare in Italia è aumentata del 30%. Quella per la sanità è aumentata solo dell’11%, la spesa per l’istruzione del 3% e la spesa per la protezione ambientale del 6%.
Greenpeace ha stimato che 1.000 milioni di euro spesi per l’acquisto di armi generano un aumentodella produzione internadi soli 741 milioni di euro, mentre la stessa cifra investita per istruzione, welfare e protezione ambientale avrebbe un effetto quasi doppio.
Uno scarto ancora maggiore si registra nell’impatto occupazionale: i 3.000 nuovi posti di lavoro creati dalla spesa per le armi salirebbero a quasi 14.000 se la stessa cifra fosse investita nel settore dell’educazione, a più di 12.000 se investita in sanità e a quasi 10.000 nella protezione ambientale.
