di Anceo Agostini (*)
Il 9 febbraio scorso in un suo post su X Musk denunciava lo sperpero di 1 miliardo di USD/anno dei contribuenti per finanziare l’US Agency for Global Media (USAGM) che controlla un gruppo di radio e televisioni destinate alla propaganda della cultura made in USA. Tra queste Elon Musk si è particolarmente accanito contro Radio Free Europe: “Europe is free now (not counting stifling bureaucracy). Hello??”.
Siccome questa emittente, che Richard Grenell (consigliere di lunga data per la politica estera di Trump) considera un relitto del passato, non è molto nota nel mondo occidentale, ritengo valga la pena spendere due parole.
Nel corso degli anni a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, durante il periodo sovietico, attraverso la perestroika, il crollo del blocco socialista e dell’URSS e, in seguito, nella Russia postsovietica, fino ai nostri giorni ai popoli che si erano ritrovati ad Est della cortina di ferro gli Stati Uniti hanno continuato ad offrire una fonte di informazione “alternativa”.
Si trattava, agli inizi, delle gemelle Radio Free Europe e Radio Liberty che nel 1976 si sarebbero fuse in RFE/RL. Una radio poco conosciuta in Occidente, ma ben nota a diverse generazioni di Russi, Ucraini, Moldavi, Ceceni, Caracalpachi, Estoni, Lituani, Kirghizi, Turkmeni ecc… perché RFE/RL trasmetteva nelle lingue di tutte le etnie dell’ex impero sovietico con addirittura alcuni sconfinamenti dal territorio comunista, come, negli anni ’80, durante la guerra sovietico-afghana, quando avevano esordito le trasmissioni in lingua afghana per supportare la resistenza islamica contro l’invasore.
Radio Free Europe, istituita nell’immediato dopoguerra con fondi della CIA, successivamente, negli anni ’70, pur mantenendo il medesimo ente curatore, sarebbe stata ufficialmente finanziata dal Congresso americano. Nell’ottica del governo statunitense le stazioni RFE/RL, erano state create utilizzando le competenze degli immigrati dall’URSS e dai Paesi satelliti per trasmettere messaggi anticomunisti ai cittadini dei loro Paesi d’origine.
La scelta di Monaco di Baviera come sede del quartier generale della radio era giustificata dalla larga presenza nella capitale bavarese di esuli russi appartenenti alla prima (anni ‘20) e alla seconda ondata (anni ’40) di emigrazione. Inizialmente era tra i rappresentanti di questa diaspora che veniva selezionato il personale della radio il quale, però, presentava carenze e limiti derivanti, soprattutto per i collaboratori più anziani, dal distacco dalla “realtà sovietica” e dall’estraneità alle problematiche attuali e ai reali interessi degli ascoltatori e, per i secondi, anche da una certa impopolarità legata a sospetti di trascorso collaborazionismo con le SS sul fronte orientale durante la seconda guerra mondiale.
Solo con la terza ondata di esuli, negli anni ’70, costituita da rappresentanti dell’intelligencija, dissidenti, artisti, scrittori esponenti del samizdat, la radio può attingere a quel “fresh blood” (usando una espressione amata dai collaboratori della radio) che avrebbe consentito alle trasmissioni di raggiungere indici di ascolto vicini a quelli della BBC e di Voice of America e a declassare quelli di Deutsche Welle. La peculiarità che distingueva RFE/RL dalle consorelle occidentali consisteva nella sua capacità di presentare le informazioni da un’angolazione “domestica”, quasi interna al Paese di destinazione, sopperendo efficacemente alle lacune, censure e ritardi delle radio sovietiche istituzionali.
Anche per le sparute comunità di stranieri che operavano in Unione Sovietica Radio Liberty sopperiva la carenza di notizie su fatti e avvenimenti di grande rilievo, basti ricordare, ad esempio, l’abbattimento del Boeing 737 coreano nel 1983 nei cieli dell’isola di Sakhalin o le prime informazioni sul disastro nucleare a Chernobyl nel 1986 o, ancora, il caso di spionaggio e gli arresti che avevano scompigliato l’Olivetti nel 1990.
Da parte sovietica le contromisure per limitare la propaganda occidentale consistevano in una estesa rete di trasmittenti di disturbo che interferivano sulla qualità della ricezione senza comunque riuscire a ottenerne un completo oscuramento.
Occorre osservare che, negli anni della guerra fredda, la propaganda occidentale attraverso la radio e la diffusione di letteratura “proibita” (che spesso riproduceva in formato tascabile, facilmente contrabbandabile, gli scritti del “samizdat”) più che a diffondere i valori liberali occidentali era riuscita a minare la fiducia nel sistema comunista, a intaccarne l’ideologia. E’ altresì da notare che, in base alle indagini sugli indici di ascolto svolti da R. Eugene Parta, già direttore del Media and Opinion Research (MOR), le trasmissioni erano particolarmente seguite sia dall’intelligencija che dai quadri intermedi del partito comunista.
L’avvento della perestrojka e il crollo del blocco comunista, a cui avevano contribuito attivamente le trasmissioni di RFE/RL segnarono l’inizio di una fase di declino e ridimensionamento della radio. Raggiunto l’obiettivo prefissato, gli Americani iniziarono a tagliare i finanziamenti, il che si tradusse nel trasferimento della sede della radio da Monaco di Baviera a Praga (1995) e comportò una prima drastica riduzione del personale che è proseguita anche in tempi più recenti soprattutto a causa della diffusione di internet e dei social network che hanno reso sempre più marginali le trasmissioni radio in onde corte.
Inoltre, il nuovo assetto politico nella Federazione Russa aveva nel frattempo consentito non solo la creazione di radio e televisioni private locali concorrenti, nelle quali, tra l’altro, erano confluiti ex collaboratori di Radio Liberty e noti dissidenti rientrati dall’estero, ma anche favorito e incentivato la collaborazione con fondi, enti, organizzazioni occidentali che si erano prontamente presentati in Russia per aiutare la giovane democrazia.
Anche parte dei fondi e finanziamenti originariamente destinati a RFE/RL vennero dirottati verso la creazione di innumerevoli ONG locali, considerate più radicate sul territorio e dotate di maggiore interattività.
Durante la Glasnost’, la Perestrojka e soprattutto nel periodo postsovietico la propaganda occidentale compie un significativo cambio di qualità e indirizzi. Se per un verso, lo strumentario, gli spazi e i mezzi a disposizione della propaganda occidentale aumentano enormemente, per l’altro, vengono aggiornati i contenuti: all’operazione di smantellamento dell’ideologia comunista subentra il compito, più arduo, di diffondere nella società postsovietica la cultura, i valori e i principi liberali americani che in Europa occidentale e in molti Paesi satelliti dell’impero sovietico si erano già innestati, inizialmente convivendo e parzialmente trasformando tradizioni, religioni, credenze e valori radicati, e successivamente operandone una sostituzione.
All’uopo già nel periodo gorbacheviano, ma soprattutto in quello elzyniano, i governi occidentali (USA e GB in primis), sfruttando, per esprimersi eufemisticamente, il vacuum legis se non il beneplacito dei politici russi avevano costituito centinaia di ONG, fondi, sette e gruppi religiosi operanti a 360 gradi nei settori economico, politico, culturale, religioso, avevano inviato migliaia consulenti e specialisti di democrazia liberale destinati a preparare l’humus necessario da cui filtrare le nuove elites politiche, finanziarie e culturali della Russia.
Contemporaneamente nascevano come funghi stazioni radio e televisive, organi di stampa, case editrici, scuole e università, ma anche cliniche e ospedali finanziati da fondi privati e governi occidentali.
Questo approccio, che in molti Paesi ex socialisti aveva raccolto significativi successi, in Russia era destinato a incontrare delle difficoltà.
Il presidente Putin, succeduto a Elzyn alla fine del 1999, durante i suoi 2 primi mandati (2000-2008) aveva avuto fin dagli inizi l’opportunità di assaggiare i frutti delle sconsiderate gestioni del Paese attuate dai suoi predecessori: guerra in Cecenia, spinte centrifughe in diverse Repubbliche della Federazione, scontri interetnici e interconfessionali. È, probabilmente, anche sulla base di queste esperienze che nel luglio 2012, all’inizio del terzo mandato, Putin decide di affrontare il “problema” delle ONG introducendo la figura di “agente straniero”. Si trattava di una modifica e ampliamento della legge federale “Sulle organizzazioni non commerciali” risalente al 1996.
La legge nel tempo avrebbe subito ulteriori modifiche volte a discernere i diversi tipi di organizzazioni e a individuare e controllare quelle finanziate da Paesi e fondi stranieri proibendo la diffusione nella Federazione Russa dei valori liberaldemocratici in termini di teoria di genere, ideologie razziste, cultura woke considerate letali per la stessa sussistenza del Paese basato sulla convivenza di innumerevoli etnie, religioni, culture e tradizioni.
Leggi analoghe esistono in numerosi Paesi, i precursori nell’introduzione di norme per il controllo delle influenze straniere sono stati gli USA con la legge FARA (Foreign Agents Registration Act) del 1938 destinata inizialmente a limitare in qualche modo le attività dei rappresentanti (ufficiali e segreti) delle potenze europee, che tendevano a influenzare l’opinione pubblica americana e i politici americani a schierarsi con l ‘”Asse” o la Gran Bretagna e la Francia nel caso fosse scoppiata una guerra con la Germania e, dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, servì a combattere la propaganda della Germania nazista. Oggi tale legge regola principalmente l’attività delle lobby.
Nel marzo 2022 RFE/RL, accusata di propaganda pro Ucraina ha chiuso i battenti in Russia e i collaboratori si sono trasferiti a Vilnjus e Riga.
Se, da una parte, si è propensi ad ammettere che RFE/RL abbia nel passato contribuito a minare e sgretolare l’ideologia del sistema comunista, dall’altra è verosimile che la nuova amministrazione USA con i nuovi indirizzi culturali e l’intento di far luce sulle reali destinazioni dei fondi investiti procederà alla rottamazione di questo anacronista carrozzone mediatico.
(*) Libero Professionista
