Politica

Olimpiadi, Rai e l’arte sublime della figuraccia pubblica

di Riccardo Bizzarri (*) 

C’è qualcosa di profondamente filosofico nella Rai. Non nel senso nobile, tipo la ricerca della verità, la tensione verso il bene, o la contemplazione dell’essere ma piuttosto nel senso di quella filosofia un po’ tragica e un po’ comica che parte da Eraclito, passa per Schopenhauer e finisce direttamente nella scaletta di RaiSport.

Perché, come diceva Eraclito, “panta rei”, tutto scorre. E in Rai scorre soprattutto l’imbarazzo. La cerimonia delle Olimpiadi Milano-Cortina doveva essere un momento solenne, quasi platonico: l’idea perfetta dello sport, l’armonia dei popoli, la neve che cade con senso civico. Invece si è trasformata in una dimostrazione pratica del relativismo cognitivo applicato al telecronista: lo stadio di San Siro che diventa l’Olimpico, la presidente del CIO che diventa Laura Mattarella, e il cantante che sparisce come un concetto metafisico troppo scomodo per la linea editoriale. Se Platone avesse assistito alla telecronaca, probabilmente avrebbe aggiornato il mito della caverna:
– non più uomini incatenati che scambiano le ombre per realtà, ma telespettatori incollati al divano che scambiano le gaffe per informazione.

La reazione dei giornalisti di RaiSport è stata altrettanto filosofica. Hanno ritirato le firme dai servizi, come monaci medievali che rifiutano di copiare un manoscritto eretico sapendo perfettamente di essere parte di quel carrozzone pubblico che soffre maledettamente il privato (es. Sky). Una scelta che ricorda Kant: “Agisci in modo che la massima della tua azione possa valere come legge universale.” Applicato alla Rai, suona così: “Se la telecronaca è un disastro, non firmarla. Perché se tutti firmassero i disastri, il mondo diventerebbe un palinsesto di RaiSport.” Tre giorni di sciopero dopo i Giochi. Una tempistica perfetta: come chiamare i pompieri quando la casa è già diventata un parcheggio. La storia recente racconta che a commentare la cerimonia doveva essere un altro dirigente, rimosso dopo aver annunciato una sorpresa presidenziale “alla James Bond”. Un’idea straordinaria: il Capo dello Stato che entra nello stadio appeso a un cavo, magari con un completo tecnico e un pass olimpico, mentre l’orchestra suona l’inno nazionale remixato. Nietzsche avrebbe sorriso:
“La vita senza musica sarebbe un errore.” Ma probabilmente avrebbe aggiunto:
“Con certe telecronache, anche con la musica resta un errore.” Alla fine, la vicenda ha qualcosa di profondamente beckettiano. Aspettando Godot, ma in versione Rai:

  • si aspetta una telecronaca normale
  • si aspetta una direzione condivisa
  • si aspetta una sorpresa presidenziale
  • si aspetta una firma sui servizi

E nulla arriva.

Ogni Olimpiade ha la sua gaffe. Ogni direzione ha la sua sfiducia.
Ogni telecronaca ha il suo lapsus storico-geografico-istituzionale. È il vero spirito olimpico: non più “Citius, Altius, Fortius”, ma “Confusius, Sbaglius, Imbarazzatius.”

Forse la Rai non è un’azienda televisiva. Forse è un gigantesco esperimento filosofico sul concetto di errore. Un laboratorio dove si dimostra, ogni giorno, che la realtà è relativa, la verità è un’opinione, e la diretta è una forma estrema di esistenzialismo. Come avrebbe detto Sartre davanti a quella telecronaca: “L’inferno sono gli altri.”
Ma in questo caso, anche il commento.

E soprattutto il direttore al microfono.

(*) Giornalista 

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