Economia e Lavoro

Pensioni, meno soldi a chi vive di più

L’Inps chiede di tenere conto della speranza di vita, il luogo di residenza e l’occupazione precedente

Pensioni, l’Inps trova la quadra per drenare risorse per i vari dossier aperti, compresa la riforma che dovrebbe portare ad una redifinizione delle uscite o a trattamenti per il fine lavoro delle donne. A gettare un sasso nello stagno è l’Inps che lancia una proposta che per molti risulterà indigesta. La formula è destinata a far parecchio discutere: dare meno soldi a chi vive più a lungo. L’Inps – si legge su Il Messaggero – parte da una serie di esempi per dimostrare la sua tesi. Uno di questi è la gestione dell’Inpdai e del Fondo Volo, che pagano rispettivamente le pensioni a dirigenti e piloti. Chi si trova all’interno di queste gestioni in media riceve un emolumento per quasi vent’anni. Più precisamente, per 19 anni e 7 mesi. Un pensionato che invece si trova nel fondo dei lavoratori dipendenti la riceve in media per due anni in meno. E le differenze diventano più marcate investigando sulle classi di reddito. Un ex lavoratore del primo quintile, ovvero della classe più bassa di reddito, vive in media cinque anni in meno rispetto a un pilota d’aereo: 16 anni dopo la pensione il primo, più di 20 il secondo. Un’altra variabile importante sembra essere il territorio. La soluzione, secondo l’istituto di previdenza, – prosegue Il Messaggero – è quella di tenere conto nel coefficiente di trasformazione anche di queste variabili. Ovvero la speranza di vita, il luogo di residenza e l’occupazione precedente. Ma sarà difficile ottenerla. Perché la differenziazione in base al luogo o all’attività di lavoro è piuttosto complicata. E in ogni caso rimarrebbe la disparità di partenza nella maggiore speranza di vita per le donne rispetto agli uomini. Mentre i sindacati hanno chiesto di eliminare ogni ricalcolo in base alla speranza di vita. Proprio perché l’impatto è negativo per gli assegni. Il ragionamento di Inps, che porterebbe ad una diminuzione degli importi dei trattamenti pensionistici, ha dalla sua, poi, un’altra rilevazione. Chi percepisce una pensione più alta, vive in media 2,6 anni in più rispetto a chi percepisce la pensione più bassa. Gli uomini che appartengono al quintile di reddito più alto hanno una speranza di vita a 67 anni di circa 2,6 anni superiore rispetto ai pensionati che appartengono al primo quintile di reddito, quello più basso. E’ quanto emerge dal XXII Rapporto annuale Inps, presentato  alla Camera. Per le femmine, i divari sono minori, ma comunque significativi e quello tra l’ultimo e il primo quintile è di 1,7 anni. Per gli uomini, spiega il rapporto Inps, il gruppo più longevo risulta essere quello dei pensionati delle gestioni InpdaI, Volo e Telefonici che hanno un’aspettativa di vita di due anni superiore a quella dei lavoratori dipendenti (Fpld). Per le donne l’aspettativa di vita più lunga è quella delle pensionate liquidate in regime di totalizzazione e cumulo. C’è da dire, comunque, che esiste notevole eterogeneità nella speranza di vita non solo fra gestioni, ma anche all’interno di una stessa gestione che ricomprende lavoratori che svolgono attività e operano in settori spesso molto diversi (si pensi per esempio all’insieme dei contribuenti al Fpld). Le differenze tra primo e ultimo quintile sono significative e maggiori per i maschi rispetto alle femmine. È interessante notare come nel divario tra primo e ultimo quintile non vi siano grandi differenze tra gestioni per cui il divario è di 2,6-2,7 anni per i maschi, qualunque sia la gestione, e di 1,7-1,8 anni per le femmine, così come nell’ambito di ciascun quintile restano le differenze tra gestioni. Ne consegue, quindi, che un pensionato InpdaI del quintile più alto ha una speranza di vita di quasi cinque anni superiore a quella di un pensionato Fpld del primo quintile, differenza di cui non si tiene conto nella determinazione della prestazione pensionistica. Secondo l’Inps l’utilizzo di un coefficiente di trasformazione unico per il calcolo della pensione risulta fortemente penalizzante per i soggetti meno abbienti il cui montante contributivo viene trasformato in una pensione più bassa di quella che otterrebbero se si tenesse conto della loro effettiva speranza di vita. Viceversa, i più abbienti ottengono pensioni più elevate di quelle che risulterebbero da tassi che tengono conto della effettiva durata media della loro vita.

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