di Margherita Lopes (*)
Siamo quello che respiriamo, davvero. O almeno lo è la nostra memoria. L’inquinamento, infatti, potrebbe essere collegato a cambiamenti strutturali in regioni cerebrali particolarmente vulnerabili alla malattia di Alzheimer. A dircelo è un nuovo studio, pubblicato su NeuroToxicology, che ha esaminato le scansioni cerebrali e le stime dell’inquinamento atmosferico cui sono stati esposti 1.484 adulti senza demenza o precedenti di ictus. Ebbene, in un gruppo di donne anziane la maggiore esposizione al particolato fine e al biossido di azoto è risultata associata a un assottigliamento della corteccia cerebrale in regioni importanti per la memoria comunemente colpite dalla malattia di Alzheimer. I ricercatori hanno riscontrato però un altro fenomeno, collegato a un gruppo separato di uomini più giovani: una maggiore esposizione all’inquinamento è risultata associata a un ispessimento della corteccia cerebrale nelle stesse regioni vulnerabili all’Alzheimer. Questa associazione si è indebolita con l’età e si è invertita intorno ai 65 anni, sebbene quest’ultimo fenomeno non fosse statisticamente significativo.
I risultati divergenti potrebbero riflettere diverse fasi di una complessa risposta biologica all’inquinamento, ma i ricercatori avvertono che lo studio non può stabilire se l’età, il sesso o altre differenze tra i due gruppi siano responsabili dei risultati. I ricercatori hanno studiato due gruppi indipendenti: 387 uomini all’interno del Vietnam Era Twin Study of Aging, con un’età media di circa 62 anni, e 1.097 donne del Women’s Health Initiative Memory Study, con un’età media di circa 78 anni. Utilizzando le informazioni sulla residenza dei partecipanti, il team ha stimato l’esposizione, nei tre anni precedenti alla risonanza magnetica effettuata da ciascun individuo, a due inquinanti atmosferici esterni molto diffusi: il particolato fine PM2.5, e il biossido di azoto, ovvero NO2. Tra le donne anziane una maggiore esposizione a entrambi gli inquinanti è risultata associata a un assottigliamento della corteccia in questo gruppo di regioni cerebrali vulnerabili all’Alzheimer. Per ogni microgrammo aggiuntivo per metro cubo di PM2,5, la differenza stimata nello spessore corticale era paragonabile a circa 13 mesi di invecchiamento.
Per ogni parte per miliardo aggiuntiva di NO2, la differenza era paragonabile a circa tre mesi. Brutte notizie, dunque. Nel gruppo di uomini più giovani, una maggiore esposizione all’inquinamento è stata associata a una corteccia cerebrale più spessa nelle regioni vulnerabili alla malattia di Alzheimer. Ma attenzione: sebbene lo spessore sia spesso interpretato come un segno di tessuto più sano, nuove ricerche suggeriscono che la corteccia cerebrale possa ispessirsi temporaneamente durante le prime fasi di alcuni processi patologici, per poi assottigliarsi con il progredire della neurodegenerazione. Insomma, non è proprio un buon segno. “I nostri risultati sollevano la possibilità che i cambiamenti cerebrali legati all’inquinamento non siano lineari”, ha affermato Salminen. “Una corteccia più spessa in un certo momento della vita potrebbe rappresentare una risposta biologica precoce” all’inquinamento. Mentre un assottigliamento più tardi nella vita “potrebbe riflettere un danno accumulato”, conclude la studiosa. Naturalmente occorrono ulteriori ricerche, ma appare chiaro che lo smog impatta sulla salute umana in molti modi.
(*) La Presse
