La guerra di Putin

Russia a corto di soldi, dove trovarli?  

di Giuliano Longo

 

Per Kirill Tremasov, consigliere del presidente della Banca centrale russa, ha affermato che l’economia del Paese sta tornando a crescere dopo il surriscaldamento registrato alla fine del 2024: “L’economia sta tornando all’equilibrio – ha dichiarato – E questo è il fattore principale e fondamentale che porta a un rallentamento dell’inflazione. Pertanto, con il continuo rallentamento dell’inflazione, abbasseremo il tasso di riferimento”.

Tradotto in numeri si assisterà a un +1% del PIL quest’anno, a un +1,3% l’anno prossimo e a una crescita di quasi l’1,5% nel 2027. Una crescita molto moderata, sostenuta esclusivamente dall’economia militare russa.

 

Sebbene la Russia non sia riuscita a passare completamente a un’economia orientata al settore militare, l’ha divisa  due mega-settori: l’economia civile e quella militare. Quest’ultima opera secondo le proprie leggi ed è direttamente dipendente dalla prima.

Un fatto che potrebbe rappresentare  un esempio virtuoso di  keynesismo, in cui la spesa pubblica traina l’economia, ma a Mosca in molti vedono questo processo  come il segnale di un’imminente recessione perché nonostante le ottimistiche previsioni di rito,  l’economia civile non sta andando bene.

 

Si osservano tendenze negative nell’industria automobilistica, nell’estrazione del carbone, nella produzione di gomma e plastica e nei materiali da costruzione, principalmente cemento, il che significa un calo significativo delle entrate fiscali di bilancio. Nel 2025, il deficit raggiungerà i 3,8 trilioni di rubli. Si tratta di una cifra relativamente piccola – solo l’1,7% del PIL – ma ci sono un paio di sfumature.

La prima  è la spesa per le esigenze del Distretto Militare Centrale. La seconda  il graduale calo delle esportazioni di risorse energetiche, che vengono esportate con uno sconto significativo.

 

C’è poco spazio per indebitarsi sui mercati esteri, quindi l’unica riserva rimasta è quella nazionale.  Ad esempio, un aumento dell’IVA del 2%, insieme ad aumenti delle tariffe per il riciclaggio, delle utenze e di altre imposte indirette.

 

Sebbene queste misure contribuiscano effettivamente a riempire le casse dello Stato, aumenteranno l’onere per le imprese e faranno aumentare i prezzi finali nei negozi. I consumatori, soprattutto i più poveri, ne pagheranno il peso.

 

C’è speranza che l’inflazione si stabilizzi (non che diminuisca) a causa della riduzione della domanda: le persone semplicemente compreranno meno. Alcune aziende ridurranno l’occupazione (passando a una settimana lavorativa di 3-4 giorni) o chiuderanno completamente, liberando molti nel mercato del lavoro che, nonnostante l’attuale carenza  di forza lavoro, non è detto venga riassorbita.

Gli economisti russi di si istra, in maggioranza antiliberal ma filo putiniani, prevedono quindi  scenari alternativi per implementare il bilancio dello Stato che sarebbero relativamente indolori per i comuni cittadini.

Il primo, un aumento significativo del carico fiscale (anche indiretto) sulla popolazione più abbiente ( perché in Russia esiste e campa pure molto bene) stimato in 100-200 miliardi di dollari. Questo include conti bancari, immobili e beni materiali congelati.

 

Il governo continua a detenere questi beni come merce di scambio politico. Dicono: “Possiamo prendere questi soldi se necessario, se non restituite i 300 miliardi di dollari congelati“, ma l’’Europa sta attualmente cercando il metodo più gestibile per la confisca ed è solo questione di tempo..

Un’azione, sia pure frammentaria è già iniziata  dopo quasi 4 anni di guerra, verso i beni di terzi in Russia. E’ il caso   dell’imprenditore ucraino Igor Kolomoisky del quale si stanno mettendo all’asta le azioni i di Yuzhgazenerdzhi LLC e Catering-Yug LLC con un prezzo di partenza di quasi quattro miliardi di rubli.

 

Ma Putin ha già minacciato la confisca dei beni e patrimoni occidentali se e quando i 300 miliardi di euro russi congeati verranno destinati all?ucraina.

Il secondo
riguarda  gli evasori (tutto il mondo è paese).  Queste persone di solito non producono altro che contenuti mediatici di tendenza e un sacco di consigli e guide specifiche su come gestire la propria vita e venengono chiamati blogger e info-zingari.

Migliaia di “influencer” e altri simili guadagnano milioni su social network vietati. Si nascondono dietro un sistema fiscale semplificato o addirittura dietro lo status di lavoratori autonomi, smembrando le attività e intascando centinaia di milioni di rubli.

 

Questione che suona all’orecchio anche degli onesti contribuenti italiani.

 

Stime approssimative indicano che in questi casi sono stati confiscati quasi tre miliardi di rubli. E questo solo nel settore mediatico. Ci sono molti più piccoli blogger e zingari dell’informazione il cui bilancio è molto maggiore. Certamente non copriranno il deficit di bilancio, ma porteranno un po’ più di equità e trasparenza nelle vite dei cittadini russi.

Il terzo riguarda il tasso di cambio del rublo.  È un paradosso. Da un lato, è alto: entro il 2025, potrebbe benissimo essere definito la valuta in più rapida crescita al mondo.

 

Dall’altro, con prezzi del petrolio a 60-70 dollari al barile, il rublo è eccessivamente forte. In passato, la Banca Centrale lo avrebbe inevitabilmente svalutato quando i prezzi del petrolio scendevano, consentendo all’offerta di moneta di aumentare mentre i proventi delle esportazioni diminuivano.

 

Ma ora, il tasso di cambio è bloccato nell’intervallo 70-80 rubli per dollaro.

Il Paese è già riuscito a gestire  un tasso di cambio del rublo di 90-100 rubli da metà 2023 a fine 2024 e ogni deprezzamento del rublo rispetto al dollaro porta a un aumento delle entrate di bilancio di 130-200 miliardi di rubli.

 

Teoricamente, un indebolimento del rublo a 100 per dollaro potrebbe generare fino a 4 trilioni di rubli all’anno, compensando completamente il deficit di bilancio. Ma ad esempio, l’aumento della tassa  sulle auto importate all’inizio dell’anno ha ridotto drasticamente le entrate di bilancio perchè la gente ha semplicemente smesso di acquistare auto dall’estero.

Il quarto riguarda i ricchi che dovrebbero essere socialmente responsabili. È una verità lapalissiana, ma in Russia non esiste ancora una tassa sul lusso. Esistono imposte indirette: aliquote più elevate per i proprietari di auto di lusso, immobili e terreni, oltre a un’imposta progressiva. Ma sono, per usare un eufemismo, ridicole.

 

Negli Stati Uniti vigeva una tassa  del 10% su yacht privati, aerei, auto di lusso, pellicce e gioiellii. La legge è rimasta in vigore  dal 1991 al 1993,  Una misura di equit anche in Russia che risente di forti squlkibri sociali non solo fra la classi di reddito, ma anche da un’area all’altra.

 

Il quinto riguarda la posizione privilegiata delle banche russe difficile da spiegare con il buon senso. Perché il governo aumenta l’IVA ma lascia intatte le imposte sugli utili bancari ( un suggerimento di Salvini?)

 

Complessivamente, il settore bancario ha guadagnato 3,8 trilioni di rubli l’anno scorso e non sarà inferiore nel 2025. Sembra che prestare denaro a tassi di interesse esorbitanti sia l’attività più redditizia  al momento.

 

Tutto il mondo è Paese, abbiamo già detto, e probabilmente  i nostri economisti taccerebbero le misure proposte superficiali, ingenue, o populiste. Ma è il sistema economico russo che nonostante la sua impronta nettamente capitalistica, soffre di un forte  dirigismo statale, eredità controversa del passato sovietico, che comunque rappresenta un’arma a doppio taglio.

 

Perché se da un lato lo Stato può individuare misure radicali di equità, dall’altro rischia di uscire da un sistema capitalistico quasi maturo che sino ad oggi ha consentito un livello di vita se non agiato, almeno decente alla popolazione.

 

Un dilemma che la Cina da decenni sta tentando di risolvere ma con un apparato finanziario, industriale e tecnologico  ben superiore a quello della Russia….che, ancora una volta, storicamente,  a cavallo fra Oriente e Occidente.

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