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Sanità: Federcontribuenti, carenze di medici e fondi, sistema al collasso

Ancora una volta il Ssn finisce nella bufera, per mancanza di risorse, personale e mezzi. Dopo l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe, che aveva nuovamente evidenziato i rischi del Sistema, con la consueta analisi che aveva praticamente toccato tutti i punti caldi e di crisi, questa volta è toccato a Federcontribuenti lanciare l’allarme sulla tenuta dell’intero SSN, tutto questo a otto anni di distanza dal primo grido d’allarme diffuso nel 2018, quando tutto era stato già fotografato. Un richiamo che oggi, alla luce dei dati e delle criticità emerse, assume il peso di una previsione purtroppo confermata dai fatti. Nel 2018 l’associazione aveva denunciato con chiarezza uno scenario destinato a produrre effetti dirompenti: “14 milioni di italiani resteranno senza medico di famiglia entro i prossimi cinque anni e tra 10 anni 33.400 medici della mutua andranno in pensione scomparendo per sempre”. Allo stesso tempo, Federcontribuenti segnalava come negli ospedali pubblici fossero disponibili appena 3,7 posti letto ogni 1.000 abitanti, un dato già allora inferiore alla media europea. Oggi, sottolinea l’associazione, quelle previsioni si sono trasformate in realtà. Il pensionamento di migliaia di medici di medicina generale non è stato accompagnato da un adeguato ricambio generazionale, lasciando intere aree del Paese prive di un presidio fondamentale per le cure primarie. L’effetto domino è evidente: l’assenza del medico di famiglia spinge i cittadini a rivolgersi direttamente ai Pronto Soccorso, anche per codici bianchi e verdi che potrebbero essere gestiti a livello territoriale. Il problema, evidenzia Federcontribuenti, non riguarda soltanto i medici di base ma anche la continuità assistenziale. Le guardie mediche, oggi, coprono meno del 20% della popolazione. Un sistema pensato come filtro e paracadute nei periodi di chiusura degli studi medici risulta ormai inefficace. Molte postazioni vengono chiuse o accorpate a causa della difficoltà nel reperire professionisti disposti ad accettare incarichi gravosi, con turni eccessivi, carenza di sicurezza e compensi ritenuti inadeguati. Il risultato è che il cittadino, privo di alternative, si rivolge al 118 o ai Pronto Soccorso, aggravando ulteriormente la pressione sulle strutture ospedaliere. A questo quadro strutturale si aggiunge il nodo delle risorse. Nel 2018 la spesa sanitaria pubblica rappresentava il 7% del Pil; le stime attuali indicano un calo sotto il 6,3% nei prossimi anni, un livello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera critico. Il definanziamento progressivo, unito all’allungamento delle liste d’attesa, ha incentivato il ricorso al settore privato, con conseguenze dirette sulle disuguaglianze sociali: chi dispone di risorse economiche accede a cure tempestive, chi non può permettersele rinuncia o rinvia, compromettendo il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Anche sul fronte ospedaliero, osserva l’associazione, la situazione è peggiorata. La disponibilità di posti letto, già limitata nel 2018, è ulteriormente diminuita a seguito di tagli e razionalizzazioni. “Il risultato è il fenomeno del boarding: pazienti costretti a stazionare sulle barelle dei Pronto Soccorso per giorni in attesa di un posto in reparto”, denuncia Federcontribuenti, descrivendo una condizione che non può più essere considerata emergenziale ma strutturale. Secondo l’associazione, infatti, rispetto al 2018 non si è assistito a un semplice peggioramento congiunturale, bensì alla cristallizzazione di criticità sistemiche. La mancata programmazione del ricambio dei medici, il definanziamento cronico e l’indebolimento della medicina territoriale hanno generato una vera e propria “tempesta perfetta” che paralizza il sistema. Un quadro sconfortante che sarà al centro delle riflessioni della politica, che dovrebbe, almeno un volta senza contrapposizione, studiare i rimedi per avviare a soluzione un problema che brucia sulla pelle dei cittadini.

Red

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