Politica

Se la Lega crolla e torna il partito del Nord, al Sud può nascere un Nuovo Meridionalismo

di Michele Rutigliano (*)

Per oltre trent’anni il dibattito politico italiano è stato segnato dalla cosiddetta “questione settentrionale”. La Lega nacque come interprete delle istanze del Nord produttivo, facendo del conflitto con Roma e del divario con il Mezzogiorno il proprio principale terreno di mobilitazione. Successivamente, con la leadership di Matteo Salvini, il movimento tentò una trasformazione in forza politica nazionale, cercando consenso anche nel Centro e nel Sud attraverso nuovi temi, primo fra tutti quello dell’immigrazione. Oggi, tuttavia, quella strategia sembra attraversare una fase di evidente difficoltà. All’interno della Lega riemergono con forza le spinte identitarie delle regioni settentrionali e torna a prevalere il dibattito sugli interessi del Nord, sull’autonomia differenziata e sul rapporto fiscale con lo Stato centrale. È uno scenario che ricorda, almeno in parte, le origini del movimento e che ripropone, con linguaggi diversi rispetto al passato, la centralità della questione settentrionale.

Se il Nord torna a fare il Nord, il Sud cosa farà?

Il punto, però, non riguarda soltanto il futuro della Lega. Riguarda anche il Mezzogiorno e soprattutto l’Unità della nostra Repubblica. Se le regioni economicamente più forti del Paese rafforzano la propria capacità di rappresentanza politica e istituzionale, il rischio è che il Sud continui a presentarsi frammentato, diviso da interessi regionali, localismi e competizioni interne. È una debolezza che il Mezzogiorno paga da molti anni. Mentre altri territori costruiscono strategie condivise, il Sud continua spesso a discutere delle proprie emergenze senza elaborare una visione comune. Eppure le grandi sfide sono ormai evidenti: il crollo demografico, la fuga dei giovani, la riduzione della base produttiva, le difficoltà infrastrutturali, la transizione energetica e la competizione internazionale. Continuare ad affrontarle in ordine sparso significherebbe rinunciare a incidere sulle grandi scelte nazionali ed europee.

Il tempo di un Nuovo Meridionalismo

È proprio qui che si colloca l’esigenza di un Nuovo Meridionalismo. Non un meridionalismo fondato sulla contrapposizione permanente tra Nord e Sud, né sulla logica dell’assistenza, ma una cultura politica della responsabilità, della progettazione e della cooperazione istituzionale. Il Mezzogiorno ha bisogno di parlare con una voce più autorevole sia nei confronti del Governo nazionale sia nelle sedi dell’Unione Europea. Deve imparare a costruire alleanze, a valorizzare i propri punti di forza e a presentare progetti condivisi su infrastrutture, innovazione, università, ricerca, portualità, logistica e sviluppo del Mediterraneo. La prospettiva non può essere quella di inseguire il Nord sul suo terreno, ma di valorizzare la propria collocazione geografica e strategica. Il Mediterraneo è tornato al centro delle grandi dinamiche economiche e geopolitiche; il Mezzogiorno rappresenta la naturale piattaforma europea verso l’Africa e il Medio Oriente. Per questo la vera sfida non consiste nel moltiplicare i campanili o difendere piccoli interessi territoriali. Consiste, invece, nel costruire una visione comune capace di trasformare il Sud in un protagonista della nuova Europa. Se davvero la politica italiana assisterà al ritorno di una più marcata rappresentanza degli interessi del Nord, il Mezzogiorno dovrà trarne una lezione.  Non rispondendo con nuove contrapposizioni territoriali, ma elaborando finalmente una propria strategia di lungo periodo. Il futuro del Sud non si giocherà soltanto nei palazzi di Roma. Si giocherà sempre di più a Bruxelles e nel Mediterraneo. Ed è lì che il Mezzogiorno dovrà imparare a farsi trovare unito, consapevole della propria storia e capace di trasformare la propria posizione geografica in una risorsa politica, economica e culturale. Forse è proprio questa la sfida del nostro tempo: passare definitivamente dal meridionalismo della protesta al meridionalismo della proposta. Perché solo un Sud che saprà pensarsi come parte integrante del progetto europeo potrà tornare a essere protagonista del proprio destino.

(*) Giornalista

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