di Wladymiro Wysocki (*)
La giornata di ieri, 16 settembre, è stata una triste conferma della realtà quotidiana delle “morti bianche” del nostro Paese.
A distanza di poche ore il mondo del lavoro ha visto perdere tre lavoratori in tre città diverse, a Leni (Torino), a San Giuliano Milanese (Milano) e a Verbano-Cusio-Ossiola (Piemonte).
Tre lavoratori che non tornano a casa, tre famiglie spezzate da un dolore che improvvisamente ha squarciato la felicità, sogni, progetti, speranze.
Tre famiglie diverse accomunate dalla stessa dolorosa sorte.
Un monito che non può più essere ignorato, una situazione che da troppi anni sta facendo vittime del lavoro.
Vittime silenziose che passano nel dimenticatoio, se non per un articolo in qualche quotidiano.
Storie infinite che non vengono più ascoltate, storie ormai talmente quotidiane che non sortiscono più sorpresa.
A Leini, zona industriale torinese, un operaio impiegato in un’azienda di autodemolizioni è morto schiacciato da un carro attrezzi. Soccorsi tempestivi ma inutili: l’uomo era già deceduto all’arrivo degli operatori di emergenza.
A San Giuliano Milanese, nel Milanese, un uomo di 36 anni ha perso la vita precipitando dal tetto di un capannone mentre montava pannelli solari. Il tetto – secondo le prime ricostruzioni – sarebbe ceduto improvvisamente. Anche in quel caso i soccorsi non hanno potuto evitare la tragedia.
A Verbano-Cusio-Ossola, Piemonte, perde la vita un lavoratore di 48 anni intrappolato all’interno di un macchinario mentre stava lavorando nel Canton Ticino, in Svizzera.
Queste tragedie non sono casi isolati: si inseriscono in un drammatico quadro italiano in cui le morti sul lavoro continuano a verificarsi con una frequenza inaccettabile. È una questione di cultura, di mentalità, di formazione, di conoscenza del rischio e del pericolo, di regolamentazione, di controlli sempre troppo carenti e responsabilità.
A tutto questo, aggiungiamo le instabilità strutturali e le carenze di manutenzione degli edifici, e pertanto, cedimenti, rotture o malfunzionamenti potrebbero essere evitati con una regolare verifica preventiva.
Torniamo a bomba sulla carenza della prevenzione, di una analisi puntuale delle condizioni non solo lavorative ma anche dei luoghi di lavoro.
E poi parliamo di benessere lavorativo.
Insufficiente valutazione del rischio, quando questa è presente, specialmente nei lavori in quota e nell’utilizzo di macchinari.
La scelta dei dispositivi di protezione individuale, un buon addestramento, tutti fattori che sono evidentemente carenti o assenti.
Gestione inadeguata delle procedure di sicurezza, formazione spesso superficiale, o assente, organizzazioni delle fasi di lavoro improvvisate al più organizzate sulla base dell’esperienza o della fatidica frase: “abbiamo sempre fatto così”.
Questi incidenti ci fanno capire che non basta piangere le vittime: occorre agire, subito e con decisione.
I datori di lavoro devono assicurarsi che ogni procedura sia eseguita secondo norma, che i macchinari siano sicuri, le superfici stabili, i tetti adeguati, le coperture testate, i DPI forniti e realmente usati e specifici per il tipo di lavoro da eseguire.
I lavoratori devono essere formati non come formalità, ma come momento vitale, devono conoscere i rischi, riconoscerli, segnalare anomalie, non accettare compromessi sulla sicurezza.
Del resto come recita l’articolo 20 del D. Lgs. 81/08 e smi, ovvero il testo unico della sicurezza sul lavoro, i lavoratori hanno l’obbligo di collaborare e contribuire alla sicurezza sul lavoro.
Dall’altra, le istituzioni devono garantire che le norme vigenti siano applicate, che i controlli siano non sporadici ma sistematici, con sanzioni reali per le violazioni.
Oggi, intanto, tre famiglie piangono la perdita dei loro cari che non ritornano a casa, non ci sarà nessun abbraccio, nessun sorriso.
Tre comunità sono scosse.
Domani ci saranno altri nomi, altre tragedie, se non cambia il paradigma: la sicurezza sul lavoro non deve essere un optional, un costo da ridurre, un ingombro burocratico, ma il cuore stesso del diritto al lavoro.
Ogni vita persa è una ferita nella coscienza della società.
Non si tratta solo di statistiche: dietro ogni operario c’è un volto, un’identità, persone amate, famiglie.
Parole di cordoglio, di indignazione come unica risposta, non sono più sufficienti: serve prevenzione, chiarezza, responsabilità.
Serve che “non succeda più”.
