Esteri

Trump l’inevitabile/2

di Marco Palombi (*)

Questo elemento è particolarmente rilevante perché si inserisce coerentemente nella exit strategy americana. Gli Accordi di Abramo rappresentano, in termini strategici, un tentativo di sostituire la presenza militare diretta con architetture regionali di stabilizzazione. In altri termini, non il ritiro dal mondo, ma la delega dell’ordine: meno boots on the ground, più accordi, più convergenze regionali, più responsabilizzazione degli attori locali.

 

Anche sotto il profilo finanziario, tale approccio risponde a un’esigenza misurabile. Secondo il progetto Costs of War della Brown University, tra il 2001 e il 2021 gli Stati Uniti hanno speso oltre 8 trilioni di dollari nelle guerre post-11 settembre, includendo costi diretti, assistenza ai veterani e interessi sul debito (Bilmes, 2021). Ridurre il coinvolgimento militare non era dunque soltanto una scelta politica, ma una necessità fiscale in un contesto di debito federale in accelerazione.

 

La combinazione tra disimpegno operativo e attivismo diplomatico non rappresenta una contraddizione, ma una trasformazione della modalità di esercizio del potere. Tale elemento rafforza ulteriormente la tesi dell’inevitabilità. Trump non emerge come un presidente “anti-sistema”, bensì come l’interprete di una fase storica in cui l’egemonia non può più permettersi la guerra permanente. La riduzione dei conflitti aperti e la promozione degli Accordi di Abramo costituiscono due facce della stessa logica: contenere i costi dell’ordine globale senza accettarne il collasso.

 

Nel secondo mandato, questa traiettoria non viene attenuata; viene radicalizzata. Non nel linguaggio, ma nella struttura delle decisioni. Se il primo mandato aveva rappresentato la fase di rottura, di sperimentazione e di segnalazione, il secondo mandato si configura come fase di consolidamento sistemico. Non più la contestazione dell’ordine, ma la sua riconfigurazione.

 

Il contesto nel quale Trump rientra alla Casa Bianca è profondamente mutato.

 

Nel 2025 gli Stati Uniti si trovano a fronteggiare simultaneamente tre pressioni convergenti: un debito federale che ha superato i 38 trilioni di dollari; un sistema internazionale frammentato in blocchi economici e securitari; e una perdita di efficacia degli strumenti multilaterali tradizionali. La differenza rispetto al 2017 è sostanziale: allora la globalizzazione mostrava crepe; oggi presenta vere e proprie fratture.

 

Il secondo mandato si apre dunque non come un ritorno politico, ma come un atto di adattamento strategico a un mondo già post-globale.

 

Le prime direttrici d’azione confermano tale impostazione.

 

Sul piano commerciale, l’amministrazione intensifica l’utilizzo degli strumenti tariffari non come misura emergenziale, ma come componente strutturale della politica economica. Secondo le stime del Tax Policy Center, il pacchetto tariffario complessivo in vigore nel 2026 comporta entrate annue superiori ai 240 miliardi di dollari, con un gettito cumulato decennale stimato oltre i 2.300 miliardi (Tax Policy Center, 2026). Il commercio internazionale viene così trasformato, in modo esplicito, in leva fiscale e industriale. Non più apertura come principio, ma accesso come privilegio condizionato.

 

Questa impostazione segna un passaggio concettuale cruciale: gli Stati Uniti non si percepiscono più come piattaforma neutrale del commercio globale, bensì come mercato strategico da proteggere e monetizzare. L’accesso al consumatore americano diventa uno strumento di potere, non un bene pubblico globale.

 

Parallelamente, la politica industriale assume una centralità inedita. Il secondo mandato rafforza la logica già avviata con il reshoring e il friend-shoring. Secondo il Department of Commerce, nel biennio 2024–2025 gli annunci di investimenti manifatturieri negli Stati Uniti hanno superato i 350 miliardi di dollari, con una concentrazione nei settori semiconduttori, difesa, energia e filiere critiche (U.S. Department of Commerce, 2025). Il messaggio è chiaro: la sicurezza economica viene assimilata alla sicurezza nazionale.

 

Questo spostamento produce un effetto dirompente sull’ordine globale. Se nel modello precedente l’efficienza allocativa prevaleva sulla resilienza, nel nuovo paradigma la ridondanza diventa un valore strategico. Ciò implica costi maggiori nel breve periodo, ma riduzione della vulnerabilità sistemica nel lungo. È una scelta esplicitamente politica, non economica in senso stretto.

 

Sul piano monetario e finanziario, il secondo mandato si muove in una zona ancora più sensibile. Il progressivo utilizzo delle sanzioni finanziarie nel decennio precedente ha incentivato tentativi di dedollarizzazione da parte dei Paesi BRICS. Tuttavia, nel 2025 il dollaro rappresenta ancora circa il 58 per cento delle riserve valutarie globali, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, contro il 71 per cento del 1999 (IMF COFER, 2025). Il declino è reale, ma lento. Trump non tenta di difendere il dollaro come simbolo; ne difende la funzione. L’obiettivo non è preservare l’universalismo monetario, ma garantire che il sistema finanziario globale continui a dipendere, anche parzialmente, dall’infrastruttura statunitense.

 

In questa prospettiva, il ricorso selettivo a sanzioni, restrizioni tecnologiche e controlli sugli investimenti esteri viene calibrato non più come strumento punitivo, ma come meccanismo di canalizzazione dei flussi globali. La finanza non viene globalizzata; viene gerarchizzata.

 

Sul piano militare, il secondo mandato non segna un ritorno all’interventismo. Al contrario, rafforza la distinzione tra deterrenza e guerra. I dati SIPRI indicano che la spesa militare statunitense nel 2025 ha superato gli 880 miliardi di dollari, pari a circa il 3,4 per cento del PIL, con una crescente allocazione verso munizioni, capacità industriale e sistemi di difesa avanzati (SIPRI, 2026). L’obiettivo non è occupare territori, ma rendere il costo del conflitto proibitivo per qualsiasi avversario.

 

La dottrina implicita è quella della dissuasione distribuita: meno truppe permanenti, più capacità di risposta rapida; meno presenza simbolica, più superiorità tecnologica. In questo senso, il secondo mandato consolida la transizione avviata nel primo: dall’impero territoriale all’impero funzionale.

 

In Medio Oriente, l’eredità degli Accordi di Abramo viene trasformata in architettura permanente. L’amministrazione promuove l’estensione del quadro di cooperazione economica e securitaria tra Israele e Paesi arabi, con particolare enfasi su energia, difesa antimissile e infrastrutture digitali. Secondo l’Atlantic Council, nel periodo 2020–2025 gli scambi commerciali tra i firmatari hanno superato complessivamente i 10 miliardi di dollari, con una crescita media annua superiore al 30 per cento (Atlantic Council, 2025). Il secondo mandato mira a trasformare tale dinamica in stabilità strutturale, riducendo ulteriormente la necessità di una presenza militare americana diretta.

 

È in questo punto che emerge la coerenza più profonda del progetto. Trump non persegue la pace come valore etico, ma come riduzione del passivo strategico. Ogni conflitto evitato equivale a miliardi di dollari non spesi, a debito non emesso, a consenso interno preservato.

 

Secondo il Costs of War Project, gli interessi futuri sul debito contratto per finanziare le guerre post-11 settembre supereranno da soli i 2 trilioni di dollari entro il 2050 (Bilmes, 2021). In tale contesto, la scelta di evitare nuovi conflitti non è una virtù morale, ma un imperativo contabile.

 

Il secondo mandato rende dunque esplicito ciò che nel primo era implicito: l’America non può più permettersi di essere il garante universale di un ordine che non controlla più pienamente. La leadership viene sostituita dalla selettività. L’universalismo da una gerarchia di priorità.

 

Questo passaggio ha conseguenze profonde per il sistema internazionale. Gli alleati vengono chiamati a una maggiore responsabilità finanziaria e militare; i partner commerciali a un riequilibrio; gli avversari a un confronto regolato, ma privo di ambiguità. L’epoca dell’ambivalenza strategica lascia il posto a una logica transazionale dichiarata.

 

In questo senso, il secondo mandato non rappresenta una radicalizzazione ideologica, bensì una normalizzazione geopolitica. Gli Stati Uniti iniziano a comportarsi come tutte le grandi potenze storiche nel momento in cui la loro capacità di sostenere l’ordine supera i benefici ottenuti da esso.

 

Dunque ricollochiamo la figura di Trump in questo periodo storico, e ci accorgiamo che non sia una eccezione, ma un sintomo. Non la causa del cambiamento, ma il suo vettore visibile. Egli non inaugura la fine dell’ordine liberale; ne certifica l’esaurimento operativo.

 

Il primo mandato ha segnato la fine dell’illusione. Il secondo ne organizza le conseguenze.

 

Ciò che emerge non è il ritiro degli Stati Uniti dal mondo, ma la trasformazione del loro ruolo.

 

Dalla leadership morale alla priorità strategica; dall’universalismo alla selettività; dall’egemonia espansiva alla sostenibilità del potere. L’obiettivo non è dominare tutto, ma preservare ciò che è essenziale.

 

Questo passaggio non riguarda un’amministrazione, né un leader. Riguarda il sistema internazionale nel suo complesso. Un mondo costruito su squilibri permanenti non può essere mantenuto indefinitamente da un solo attore. Quando il costo della stabilità supera il beneficio della leadership, l’ordine cambia forma.

 

La vera domanda, oggi, non è se questo processo sia giusto o sbagliato. È se il mondo sia preparato ad affrontarne le conseguenze.

 

Questa riconfigurazione produce infatti effetti asimmetrici, multidimensionali e cumulativi sulle varie regioni, perché interviene simultaneamente su quattro “infrastrutture dell’ordine”: il prezzo dell’accesso al mercato statunitense; la continuità delle catene del valore; la credibilità delle garanzie di sicurezza; la neutralità apparente delle regole multilaterali. Il risultato della politica trumpiana non è l’isolazionismo, ma una selettività che trasforma beni pubblici globali in beni condizionati.

 

(*) Economista

2/segue

Related posts

Birmania, condanna a 4 anni per Aung San Suu Kyi

Redazione Ore 12

Colombia, attentato contro il candidato alle presidenziali Miguel Uribe. E’ grave

Redazione Ore 12

Anche la Repubblica di San Marino riconosce lo Stato di Palestina

Redazione Ore 12