di Vicky Amendolia (*)
L’elezione di Umberto Costi alla Presidenza nazionale della Fondazione Giuseppe Saragat non rappresenta soltanto un avvicendamento interno a un organismo culturale. È, piuttosto, un passaggio dal forte valore simbolico, politico e morale, perché affida la custodia di una delle tradizioni più nobili della Repubblica a chi quella tradizione non l’ha incontrata per accidente, ma l’ha respirata come appartenenza familiare, formazione civile, scelta di vita.
La Fondazione Giuseppe Saragat, nata per ricordare e valorizzare la figura del Presidente della Repubblica che più di ogni altro incarnò il socialismo democratico italiano, svolge da anni un ruolo prezioso: conservare la memoria storica, promuovere studi, convegni, pubblicazioni, iniziative culturali e momenti di riflessione sull’attualità del pensiero saragattiano. Non una memoria imbalsamata, dunque, ma una memoria operante: capace di parlare ancora al presente, in un tempo nel quale la democrazia liberale appare spesso affaticata, il riformismo marginalizzato, l’Europa smarrita tra tecnocrazia e impotenza politica.
In questo percorso merita un sincero riconoscimento l’opera svolta dall’avv. Marco Gianfranceschi, Presidente uscente della Fondazione, che ha saputo garantire continuità, presenza e dignità istituzionale a un luogo di memoria e di elaborazione politica particolarmente prezioso per l’area socialdemocratica. A lui va il ringraziamento per il lavoro compiuto, per l’impegno profuso nella valorizzazione della figura di Giuseppe Saragat e per aver contribuito a mantenere aperto uno spazio culturale nel quale la storia del socialismo democratico potesse continuare a dialogare con le domande del presente.
Giuseppe Saragat fu uomo di libertà prima ancora che uomo di partito. Antifascista, socialista, costituente, Presidente dell’Assemblea Costituente, poi Capo dello Stato dal 1964 al 1971, comprese prima di molti altri che non vi può essere giustizia sociale senza libertà politica, né libertà politica senza istituzioni democratiche solide, né socialismo degno di questo nome se separato dal pluralismo, dall’Occidente democratico e dallo Stato di diritto.
In questa linea si colloca la figura di Umberto Costi, Segretario nazionale di Socialdemocrazia SD, medico, già docente universitario e da poco collocato in quiescenza, senza per questo recidere quel legame culturale e scientifico con l’ambiente accademico che ha segnato una parte importante del suo percorso professionale. A questa dimensione professionale egli ha sempre affiancato un impegno politico coerente, volto alla ricostruzione di una presenza socialdemocratica riformista, europeista e laica.
Ma vi è, nella sua storia personale, anche un elemento ulteriore che rende questa elezione particolarmente significativa. La sua è una socialdemocrazia appresa prima ancora che scelta: Umberto Costi è figlio di Silvano Costi, parlamentare del PSDI e sottosegretario di Stato, presente alla scissione di Palazzo Barberini, il momento fondativo in cui Giuseppe Saragat separò il socialismo democratico italiano dalla subordinazione al frontismo filosovietico. Ed è, al tempo stesso, nipote di Raffaele Costi, figura di intensa fibra civile, partigiano combattente e comandante nelle Brigate Matteotti: una radice familiare nella quale antifascismo, socialismo democratico e senso dello Stato non furono astrazioni ideologiche, ma esperienza vissuta, rischio personale, scelta di campo.
Si può dire, senza enfasi e senza retorica, che Umberto Costi provenga da una famiglia nella quale la socialdemocrazia non è stata una tessera, ma un lessico morale. Una di quelle eredità che non si trasmettono soltanto con i cognomi, ma con le conversazioni ascoltate da ragazzi, con i racconti di casa, con l’idea che la libertà vada difesa ogni giorno e che la giustizia sociale non sia uno slogan da comizio, ma un lavoro paziente sulle istituzioni, sull’economia, sulla scuola, sul lavoro, sui diritti.
La sua elezione alla guida della Fondazione Saragat assume quindi il significato di una continuità che non guarda al passato per rifugiarsi nella nostalgia, ma per ritrovare una bussola. Perché Saragat, oggi, non è soltanto un nome da commemorare nelle ricorrenze ufficiali. È una lezione politica ancora scomoda e necessaria: rifiuto dei massimalismi, difesa dell’Europa democratica, centralità del lavoro, equilibrio tra libertà individuale e solidarietà sociale, cultura di governo contro ogni tentazione populista.
In un Paese che spesso consuma le proprie tradizioni migliori dimenticandole, la Fondazione Saragat può continuare a essere non solo un luogo di memoria, ma un laboratorio di pensiero. E l’elezione di Umberto Costi può rappresentare proprio questo: il tentativo di ricongiungere la storia alla responsabilità, la cultura politica all’azione, la fedeltà alle radici alla necessità di parlare alle nuove generazioni.
Perché le grandi tradizioni politiche muoiono quando diventano culto privato di pochi reduci. Restano vive, invece, quando qualcuno ha il coraggio di raccoglierne il testimone e di riportarle nel presente, senza tradirne l’anima e senza rinunciare al futuro.
(*) Vice segretario vicario nazionale di Socialdemocrazia SD
Nella foto il leader dei socialisti e democratici italiani e Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat
