Esteri

Un Iran in ginocchio è una bomba ad orologeria per il Medio Oriente e l’Europa  

di Giuliano Longo

E’ estremamente difficile orientarsi sui veri obiettivi americani nel conflitto in Iran. Con il primo attacco israelo americano del giugno scorso Trump dichiarava addirittura di aver annichilito gli impianti nucleari iraniani per l’arricchimento dell’Uranio.

All’inizio di questo nuovo conflitto dichiarava di voler sostenere l’opposizione iraniana colpita dalla sanguinosa repressione e contestualmente di voler privare l’Iran di ogni prospettiva nucleare, ammettendo implicitamente che gli impianti attaccati in precedenza non erano stati distrutti.

Poi una volta decapitati i vertici politico militari religiosi dell’Iran, invitava, irresponsabilmente, il popolo iraniano alla rivolta prendendo contatti con la minoranza curda sempre ai ferri corti con il regime, ma mai sulla via insurrezionale.

Poi dichiarava che il suo vero obiettivo era l’annientamento della potenza militare iraniana e dopo l’imminente sconfitta della Repubblica Islamica assicurava di voler decidere chi ne sarebbe stato a capo, vantando contatti, non meglio precisati, con esponenti interni della opposizione.

Anche sui tempi del conflitto, ha seminato confusione partendo da una imminente vittoria nell’arco di pochi giorni,poi di almeno un mese, anzi due e forse più.

Del tutto ignaro delle conseguenze globali sui costi dell’energia e l’andamento delle borse, Trump sembra dare per scontata la neutralità di Cina e Russia , salvo far filtrare notizie sul sostegno di intelligence russo nell’individuare obiettivi americani (e forse NATO) che ha riempito di indignazione gran parte dei media occidentali.

I cui Governi prima tentennano – eccetto il socialista Sanchez – sulla autorizzazione al Pentagono per l’utilizzo bellico delle basi militari americane, poi rientrano rapidamente nei ranghi e le concedono per “utilizzo difensivo” (sic) dopo l’attacco iraniano alla base cipriota per la quale, già qualche esagitato invocava l’applicazione dell’artico 5 dell’Alleanza a sostegno comune a un alleato aggredito.

Opzione che formalmente non è mai stata adottata per l’Ucraina con la scusa che non è un Paese Nato anche se da essa e dall’Europa sostenute militarmente ed economicamente.

Ora invece tutti i sostenitori della campagna militare di Stati Uniti e Israele contro sembrano conviti che indebolire Teheran – riducendone le capacità missilistiche, paralizzandone la marina e riducendone la capacità di proiettare potenza attraverso gli alleati regionali – renderà il Medio Oriente più sicuro.

Che è poi nella sostanza la stessa linea dell’Europa, convinta che se anche Kiev non può vincere la guerra la Russia verrà logorata ed indebolita sino alla resa o addirittura, anche lì, ad un cambio di regime. Anche questa strategia si basa sul presupposto che un Iran più debole produrrebbe una regione più stabile e saldamente controllata, in primis dagli Usa affratellati con Israele.

In realtà, destabilizzare uno degli stati più grandi e strategicamente più importanti del Medio Oriente potrebbe invece scatenare forze molto più pericolose dello status quo.

Secondo i briefing forniti al Congresso d Washington DC, non risultavano informazioni di intelligence secondo le quali Teheran stesse pianificando un attacco agli Stati Uniti. Eppure, l’escalation militare continua nella convinzione che indebolire l’Iran servirà, in ultima analisi, agli interessi degli Stati Uniti.

Se questa supposizione si rivelasse errata, le conseguenze potrebbero essere gravi non solo per la regione, ma anche per gli interessi strategici americani.

Il primo pericolo è la frammentazione interna di quel Paese. La popolazione iraniana è etnicamente diversificata e sebbene i persiani costituiscano la maggioranza, il paese ospita anche importanti comunità azere, curde, arabe e beluci.

Molti di questi gruppi hanno già alle spalle una storia di tensioni politiche fra queste l’attività militante curda nel nord-ovest e una lunga opposizione beluci nel sud-est.

L’Iran, anche con il compromesso e concessioni autonomistiche, ha sempre contenuto queste linee di frattura, ma se il sistema dovesse crollare tutte queste tensioni potrebbero riesplodere anche con un nuovo governo “democratico” imposto da Trump con conseguenze su tutti gli altri paesi mediorientali.

In Iraq, lo smantellamento delle istituzioni statali dopo l’invasione statunitense del 2003 ha creato le condizioni per anni di violenza settaria e, in ultima analisi, per l’ascesa dell’ISIS.

Il crollo dello stato libico nel 2011 ha lasciato il paese diviso tra governi rivali e milizie armate, con una crisi che persiste da più di un decennio favorendo la confliggente influenza Turca e Russa nella regione.

La guerra civile siriana ha prodotto una delle peggiori catastrofi umanitarie del secolo, trasformando ampie fasce di territorio in campi di battaglia per milizie e gruppi estremisti. Al culmine del conflitto, l’ISIS è riuscito a conquistare e governare territori nella Siria orientale, proclamando un cosiddetto califfato che controllava milioni di persone.

Il collasso dell’Iran produrrebbe uno scenario ancora più pericoloso poiché, con i suoi 92 milioni di abitanti ha una popolazione più numerosa di quella di Iraq, Libia o Siria, Inoltre il suo territorio confina con numerose regioni soggette a conflitti come ad esempio l’Afghanistan, senza contare l’influenza della Russia in un’altra area destabilizzata nei pressi dei suoi territori del Caspio e del Caucaso.

Se poi si avverassero i nobili intenti di Trump per una insurrezione potrebbero emergere azioni armate, milizie etniche o gruppi ribelli all’interno dell’Iran, anche con l’instaurazione di un regime diverso da quello attuale, facendo cadere il Paese in un’altra arena di prolungata instabilità.

Va ricordato e ben lo sanno tutte le cancellerie occidentali e asiatiche, ‘Iran si trova nel cuore del Golfo, uno dei corridoi energetici strategicamente più importanti al mondo, dal quale transitano un quinto delle forniture globali di petrolio e gli effetti del blocco dello stretto di Hormuz si avvertono già pesantemente.

Fazioni armate, milizie rivali o forze navali incontrollate che operano lungo la costa iraniana potrebbero interrompere le rotte di navigazione, attaccare petroliere o tentare di bloccare l’accesso allo stretto, trasformando una crisi regionale in uno shock energetico globale con conseguenze che vanno ben oltre il Medio Oriente.

Sino ad oggi ‘Iran ha rappresentato il centro di una rete di alleanze regionali e gruppi per procura che include Hezbollah in Libano, vari gruppi di milizie in Iraq e gli Houthi nello Yemen. Se lo Stato iraniano crollasse tale struttura potrebbe frammentarsi. Alcuni gruppi potrebbero operare in modo indipendente, altri potrebbero competere per l’influenza e altri ancora potrebbero radicalizzarsi ulteriormente senza un coordinamento centrale.

Certo è che queste fazioni non disarmeranno e anzi continueranno a perseguire, a mano armata, gli interessi di clan e tribù, vendendosi al migliore offrente interessato all’area medio orientale in un contesto imprevedibile .

Il risultato sarebbe un contesto di sicurezza molto più imprevedibile per tutta l’area , che renderebbe più facile la diffusione di una perenne micro conflittualità e del terrorismo.più difficili da contenere.

Un altro rischio risiede nell’incertezza della leadership, sia pure sostenuta da Washingto e Tel Aviv, che comunque appare più cauta sul cambio di regime a Teheran, puntando all’annichilimento della potenza militare iraniana per la sua, questa volta si, sicurezza.

Ma oggi Il sistema politico iraniano è composto da fazioni in competizione tra loro: le reti clericali conservatrici, i politici riformisti. Ma si regge soprattutto sull’apparato di sicurezza del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) che conta ancora di 200mila effettivi oltre ai 600mila militari, cui vanno aggiunte le forse di polizia. Un milione circa di fedelissimi al regime che controllano non solo la vita sociale, ma soprattutto l’economia e il welfare assistenziale iraniano .

La transizione alla leadership iraniana non riguarda tanto un singolo successore quanto l’equilibrio di potere tra istituzioni clericali, cariche elettive e apparato di sicurezza. Se la leadership esistente venisse indebolita o rimossa durante la guerra, tale equilibrio potrebbe rapidamente sgretolarsi.

C’è poi il rischio che nella transizione a un nuovo regime, quando l’IRCG , che dispone già di ingenti risorse militari ed economiche, potrebbe spingere l’Iran verso un ordine politico apertamente militarizzato alimentando l’opposizione, anche armata, di coloro che considerano impossibile un compromesso con gli Stati Uniti

Senza considerare che attacchi militari prolungati, come quello alla scuola che ha provocato decine di giovani vittime, stiano generando un diffuso anti americanismo fra la popolazione, in gran parte ancora fedele ai propri valori religiosi sciiti, che non escludono il martirio.

La storia, per quanto non sia materia del “culturame” trumpiano, indica che l’invasione dell’Iraq del 2003, non ha prodotto atteggiamenti filoamericani, ma ha invece alimentato risentimento e insurrezione. Allo stesso modo, le ripetute campagne militari israeliane in Libano hanno consentito a Hezbollah di resistere e oggi attaccare Israele.

u problema che gli europei, oltre agli stati mediorientali, i quali  dovrebbero considerare che l’instabilità in Iran potrebbe innescare nuovi e ingenti flussi migratori.

L’Iran ospita già milioni di rifugiati provenienti dai paesi vicini, in particolare dall’Afghanistan. Se scoppiasse un conflitto interno all’Iran in una situazione di caos, anche solo una piccola parte della numerosa popolazione iraniana potrebbe cercare rifugio all’estero, generando flussi migratori molto più ampi di quelli osservati durante le recenti crisi mediorientali.

Molti di questi migranti si sposterebbero probabilmente verso la Turchia e, in seguito, verso l’Europa, esercitando ulteriore pressione sui governi già alle prese con la crisi migratoria che comunque colpirebbe solo marginalmente gli Stati Uniti che anzi, al momento ci stanno guadagnando, insieme alla Russia, dalla crisi energetica.

Qualunque seria pianificazione strategica, oltre alla indiscussa potenza delle armi, anzichè soffermarsi su chi “ce l’ha più duro” e quanto può durare, dovrebbe tener presenti questi rischi e se a Trump – nonostante tutti i think tank a disposizione – non ne tiene conto nella sua furia di terminator unto dal Signore, dovrebbe pensarci proprio l’Europa che oggi da ogni guerra subisce i danni maggiori.

Indebolire l’Iran può sembrare allettante per gli Stati Uniti da una ristretta prospettiva militare, ma destabilizzare una grande potenza regionale raramente produce risultati coerenti con la Pax Americana.

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