Roma Capitale

Villa Pamphili: testimoni in aula, ‘Kaufmann teneva figlia in braccio come fosse già morta’

di Emilio Orlando (*)

La bambina tenuta “a penzoloni”, in una posizione “innaturale”, tanto da far pensare che “fosse già morta”. È il racconto drammatico dei primi testimoni ascoltati oggi davanti alla Prima Corte d’Assise di Roma nel processo a carico di Francis Kaufmann, imputato per il duplice omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda, trovate senza vita il 7 giugno scorso a Villa Pamphili, oltre che per occultamento di cadavere. Una testimonianza che ha ripercorso quanto avvenuto le ore precedenti al ritrovamento dei corpi e sui tentativi, caduti nel vuoto, di segnalare alle forze dell’ordine quella scena ritenuta sospetta.

Con l’audizione dei primi testimoni è ripreso il processo, dopo la sospensione disposta dalla presidente della Corte d’Assise, Paola Roja, per accertare l’idoneità dell’imputato a partecipare al dibattimento. Il primo a deporre è stato uno dei sei ragazzi che nella notte tra il 6 e il 7 giugno incrociarono Kaufmann in via Leone XIII, all’interno dell’area di Villa Pamphili. “Abbiamo incontrato quest’uomo che teneva una bambina in una posizione che ci sembrava strana e innaturale. Ci ha colpito e abbiamo chiamato la Polizia, ma non ci hanno dato retta”, ha raccontato in aula. Subito dopo è stato ascoltato un testimone minorenne, sentito dietro un paravento. Anche lui ha ricostruito quei momenti: “Eravamo in gruppo quando abbiamo visto un uomo con una bambina in braccio. Aveva le scarpette bianche e un vestito rosa, ma era tenuta a penzoloni. Ho pensato fosse morta e per questo ho chiamato la Polizia”. Il ragazzo ha spiegato di aver fornito agli agenti una descrizione dettagliata dell’uomo e di aver notato che, incrociando la comitiva, Kaufmann “abbassò lo sguardo”. Il giovane ha poi ripercorso il tragitto seguito quella notte. “Eravamo in via Leone XIII, poi abbiamo imboccato via Giuseppe Spina. Il marciapiede è molto stretto e si passa in fila indiana. È lì che ho visto la bambina con la testa all’indietro e le braccia penzolanti. Ho pensato fosse morta proprio per come era tenuta”. Ha descritto Kaufmann mentre “camminava a passo svelto, con ampie falcate, curvo e con lo sguardo basso, quasi non volesse farsi vedere”. Dell’imputato ha ricordato anche l’aspetto: “Era molto trasandato, ma non tanto da sembrarmi un senzatetto”. Pur colpito dalla scena, il testimone ha precisato di non aver percepito, per madre e figlia, un pericolo imminente. “La bambina muoveva la testa e si guardava intorno, come fanno i bambini di un anno”. Un particolare che, ha ammesso, continua però a tormentarlo: “Da allora i sensi di colpa non mi lasciano per non aver chiamato la polizia”. Al termine della deposizione ha ricordato che lui e gli amici furono ricontattati dagli investigatori dopo il ritrovamento dei corpi.

Nel corso dell’udienza è stato ascoltato anche un conoscente dell’imputato, che ha raccontato di aver conosciuto Kaufmann nel 2008 a Los Angeles, dove si presentava come produttore cinematografico. Il testimone ha riferito che, anni dopo, Kaufmann lo aveva ricontattato da Malta utilizzando il nome di “Ford Rexal” e gli aveva mostrato in videochiamata la moglie, Anastasia. Quando arrivò a Roma, ha spiegato di aver cercato di aiutarlo, contattando anche “la Caritas”, e di averlo incontrato nel proprio ufficio insieme alla compagna e alla figlia, che erano presenti ma rimasero fuori dal suo ufficio.

(*) La Presse

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