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West Nile: Ciccozzi su primo caso nel Lazio, fondamentale lotta a zanzare

È stato dimesso in buone condizioni dall’ospedale Santa Maria Goretti l’uomo di 29 anni ricoverato a Latina con la prima infezione da West Nile virus dell’estate 2026. Ad oggi, a quanto apprende LaPresse, non ci sono altri casi nella zona. Ma in effetti “questo è un virus che negli ultimi anni ha colpito parecchio l’area tra basso Lazio e Campania. E anche le condizioni climatiche tipiche di questa estate torrida lasciavano prevedere il ritorno del West Nile”. Parola dell’epidemiologo del Campus Bio-Medico Massimo Ciccozzi, che accende i riflettori sulla lotta alle zanzare. Ma da dove arriva questo patogeno un tempo esotico? “Il virus West Nile è stato isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda, nel distretto del Nilo Occidentale. Per decenni è rimasto un patogeno endemico confinato in Africa e Asia, finché la globalizzazione e i cambiamenti climatici non ne hanno favorito la rapida diffusione in tutto il mondo”, ricorda Ciccozzi a LaPresse. “Il virus fu identificato analizzando il sangue di una donna febbrile. Il ciclo naturale di questo patogeno coinvolge principalmente gli uccelli selvatici, che fungono da serbatoio, e le zanzare (soprattutto del genere Culex) che agiscono da vettore trasmettendo il virus agli esseri umani e ad altri mammiferi”. L’arrivo negli Stati Uniti ha portato il mondo a scoprire il West Nile virus. “Il patogeno è comparso improvvisamente a New York nel 1999, diffondendosi rapidamente in tutto il continente americano nel giro di pochi anni e causando focolai sia negli uccelli che nell’uomo. In Italia la presenza del virus è stata registrata per la prima volta nel 1998 in Toscana, tramite alcuni casi di infezione identificati nei cavalli”. Dopo un decennio di bassa attività, il virus ha ripreso a circolare intensamente nel 2008, “diffondendosi stabilmente nelle zone umide e irrigue del Nord Italia. Questo perché gli uccelli migratori, serbatoi naturali del virus dall’Africa occidentale, attraversando Portogallo, Spagna e i Pirenei, stazionavano per un periodo nel Nord-Est prima di andare nei Balcani. Qui la zanzara Culex pungeva gli uccelli, poi i cavalli  e solo dopo l’uomo. Proprio i  cavalli sono una sorta di animale ‘spia’: per avere la prevalenza del virus i veterinari studiano il sangue dei cavalli”, racconta l’epidemiologo. “Negli ultimi anni si sono registrati aumenti significativi dei casi nell’uomo, ad esempio nel 2018 e nel 2025, con 87 casi e 18 decessi  nel 2025 tra basso Lazio e Nord Campania, spesso associati ad estati particolarmente calde e prolungate, favorite dai cambiamenti climatici che agevolano la proliferazione delle zanzare. Questi insetti proliferano tra i 25 e i 30 gradi, al di sopra e al di sotto l’attività è ridotta”. Nel 2025 in Italia sono stati 773 i casi confermati, con un +133% in soli tre anni e diverse manifestazioni cliniche: 367 forme neuro-invasive, distribuite in diverse regioni, con i numeri più elevati osservati nel Lazio (87) e in Campania (83). “In Italia abbiamo il Piano Nazionale di Prevenzione, Sorveglianza e Risposta alle Arbovirosi: una strategia per contrastare i virus trasmessi da vettori come zanzare e zecche (Dengue, Chikungunya, Zika, West Nile e Usutu). Il piano integra la sorveglianza umana, animale ed entomologica in un’ottica One Health. I punti focali prevedono: sorveglianza o monitoraggio continuo dei casi umani e rilevazione dei virus nei vettori (zanzara tigre) e negli animali sentinella (cavalli e uccelli per il West Nile). La parte di prevenzione prevede interventi ordinari di disinfestazione e rimozione dei focolai larvali in ambito urbano da parte dei Comuni e disinfestazioni straordinarie e mirate nelle aree in cui si è registrato un caso confermato”. Ecco, appunto: disinfestazione è la parola chiave, conclude Ciccozzi.

Margherita Lopes

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