Politica

Consiglio Nazionale Giovani: “Dare più voce ai ragazzi, sì al voto per under 18”

Intervista a Maria Cristina Pisani, presidente del Consiglio Nazionale dei Giovani, dopo la tre giorni del ‘Forum sul presente e il futuro della cittadinanza e dell’educazione ai diritti umani in Europa con i giovani’

 

 

Sono scesi in piazza per manifestare contro il cambiamento climatico, contro la guerra in Ucraina e il razzismo che ancora serpeggia nelle nostre società. Ma adesso i giovani vogliono risposte, non si accontentano più degli slogan. E chiedono una cittadinanza diversa, basata sull’integrazione, il rispetto reciproco e la pace.  Richieste non solo urlate nei cortei ma formulate attraverso il confronto, nel corso del ‘Forum sul presente e il futuro della cittadinanza e dell’educazione ai diritti umani in Europa con i giovani’, co-organizzato dal Consiglio d’Europa, dal Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale del Governo italiano e il Ministero dell’Istruzione, in collaborazione con il Consiglio Nazionale dei Giovani, Amnesty International e il Comune di Torino.  Il Forum si è chiuso ieri, dopo tre giorni di lavori in cui centinaia di ragazzi e ragazze si sono confrontati con esperti, autorità, reti giovanili e organizzazioni per i diritti umani da tutto il mondo, e hanno pianificato insieme azioni e proposte da indirizzare ai governi. “Un evento in cui abbiamo condiviso, in presenza, temi importantissimi da cui ripartire: democrazia, uguaglianza, libertà, parità di genere. Un confronto partecipato da cui è emersa la volontà di essere protagonisti attivi del cambiamento”, spiega all’agenzia Dire Maria Cristina Pisani, presidente del Consiglio Nazionale dei Giovani. Cosa vuol dire oggi per un giovane essere cittadino europeo? “Vuol dire prima di tutto condivisione, consapevolezza e partecipazione al contesto europeo, all’interno del quale i giovani sentono di essere cittadini del proprio Paese ma allo stesso modo cittadini europei – ha spiegato Pisani – L’incontro tra i diversi background culturali e sociali da cui provengono, arricchisce il contesto dell’Unione. Programmi europei per la mobilità giovanile come Erasmus, Europa Creativa e Corpo di Solidarietà Europeo hanno stimolato e facilitato l’acquisizione di competenze e conoscenze e contribuito anche a costruire una comune identità, in un’ottica di reale integrazione europea”. Oggi i giovani si trovano ad affrontare sfide complesse: dalla crisi economica alla crisi climatica, come incentivarli ad avere una visione più ottimistica del futuro? “Bisogna consentire loro una partecipazione attiva ai processi decisionali. Questa generazione ha vissuto sulla sua pelle diverse crisi, ultime quella sanitaria e ora quella ucraina. Questo contesto, però, determina anche l’opportunità, per i giovani, di ridisegnare le politiche pubbliche e inserirsi in questo contesto economico e sociale in continuo cambiamento. Ma per farlo abbiamo bisogno di individuare strumenti legislativi che favoriscano la partecipazione permanente e attiva dei giovani ai processi decisionali”.  Pisani osserva che “l’Italia è il Paese europeo con il protagonismo giovanile più attivo. È la ragione per cui occorre ancora lavorare a una nuova sensibilità istituzionale perché queste richieste spontanee vengano raccolte dalla politica. In alcuni Paesi si è parlato anche di inserire quote per i giovani, come è stato fatto per le quote di genere”. Estendere il voto agli over16 può essere la soluzione? “Sarebbe corretto ad esempio per le elezioni amministrative, come accade in diversi Paesi europei: se vogliamo favorire la partecipazione dei giovani non possiamo avere istituzioni in cui l’accesso richiede un’età molto alta. I giovani non solo devono scegliere i loro rappresentanti ma devono anche essere essi stessi rappresentanti di un’intera generazione – afferma Pisani – Aver mantenuto, ad esempio, una fascia anagrafica così alta per essere eletti al Senato scoraggia la partecipazione delle giovani generazioni. L’Italia, insieme alla Grecia, resta infatti il Paese dove i giovani hanno barriere più alte all’ingresso nelle istituzioni. E il paradosso è che nel nostro Paese, a 16 anni si può già lavorare, conseguire un reddito e pagare le imposte ma non si può decidere chi eleggere al Parlamento; a 18 anni si può invece essere eletti sindaco di una città come Roma o Milano, sposarsi, guidare, ma non si può essere deputati o senatori e decidere le regole di convivenza comune. Da sempre ci battiamo affinché le giovani generazioni possano avere un ruolo determinante nella società. Per farlo devono però poter essere presenti anche in quei luoghi in cui vengono definite le sorti del Paese”. Il Next Generation Eu rappresenta una grande opportunità di rilancio per l’Italia, ma la maggior parte dei fondi dovrà essere restituita. Per i giovani, gli investimenti del Pnrr saranno un’occasione di crescita o ulteriore debito? “Avevamo chiesto al Governo di seguire l’ultima raccomandazione europea di febbraio dello scorso anno e indicare i giovani tra i pilastri del Pnrr, non tra gli obiettivi trasversali, per rendere più individuabili e coordinabili i vari progetti. Tra misure direttamente rivolte agli under 35 e misure che potrebbero incidere sulle nuove generazioni, l’Italia destina ai giovani circa l’8% del Pnrr. Sembra poco, ma è un dato in linea anche con altri Paesi che condividono il nostro tasso di disoccupazione o di Neet. Per questo è stata importante l’istituzione del Comitato per la valutazione dell’impatto generazionale delle politiche pubbliche che ci consentirà di monitorare l’impatto di questi progetti sulle nostre generazioni ed evitare che questo nuovo debito possa ricadere sulle spalle dei più giovani”.  Come intervenire per evitare questo rischio? “C’è il grande tema dell’orientamento, affrontato dal Pnrr. E poi quello dell’occupazione, un tema trasversale nel Pnrr ma affrontato più nel dettaglio nell’ultima Manovra. Dall’indagine che abbiamo come Consiglio Nazionale Giovani promosso per capire come fosse cambiata la condizione dei giovani italiani dopo il Covid – spiega la presidente – è emerso un quadro drammatico, ancora più desolante di quello pre pandemico. La discontinuità e instabilità lavorativa, e in generale il fenomeno della precarizzazione sono destinati ad aumentare alla luce della crisi post pandemica, investendo inevitabilmente la qualità della vita dei giovani. D’altronde, come emerso dall’indagine, nei cinque anni successivi al completamento degli studi i giovani intervistati hanno lavorato in media per tre anni e mezzo, restando invece per un anno e mezzo senza lavoroSoltanto il 37,2% del campione dispone di un lavoro stabile, mentre il 26% è un giovane ‘precario’ con contratto a termine”. “All’interno di questo scenario – prosegue Pisani – non stupisce che un’ampia maggioranza di intervistati indichi di ricevere una retribuzione inferiore a 10mila euro annui e soltanto nel 7,4% dei casi supera i 20mila euro. Bisogna per questo continuare a investire su misure che favoriscano l’emancipazione giovanile partendo da una maggiore offerta occupazionale. E poi dando specificità ai centri per l’impiego. In Germania sono nate agenzie per i giovani che si occupano non solo di incrociare domanda e offerta ma anche di fornire un’assistenza continua. Il quadro non è semplice da affrontare – conclude la presidente del Consiglio Nazionale Giovani – ma in un contesto in cui sfiducia e rassegnazione sembrano dominare, noi proviamo a individuare percorsi di cambiamento. E questo si può fare solo attraverso la speranza che le giovani generazioni possono e devono iniettare nella nostra società”.

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