Primo piano

E’ morto Matteo Messina Denaro, il boss delle stragi e della bella vita

 

È morto Matteo Messina Denaro. Il boss di Castelvetrano si è spento a seguito dell’aggravarsi delle sue condizioni cliniche per via del tumore al colon che lo affliggeva. Era stata proprio la necessità di lottare contro il cancro a costringerlo a correre alcuni rischi per la sua latitanza, entrando sotto falso nome tra i pazienti di una nota clinica oncologica palermitana: ‘La Maddalena’. Tra le ultime volontà del boss, 61enne, il rifiuto dell’accanimento terapeutico e così i medici hanno interrotto l’alimentazione parenterale che lo aveva tenuto in vita nelle ultime settimane. Messina Denaro, arrestato il 16 gennaio in una strada laterale a una clinica oncologica di Palermo dove si stava recando per un ciclo di chemioterapia sotto falso nome, non ha mai lasciato l’ospedale del capoluogo abruzzese dall’ultimo intervento, effettuato nei primi giorni di agosto, a causa di una occlusione intestinale. A L’Aquila negli ultimi giorni era arrivata anche la sua legale e nipote, Lorenza Guttadauro.  Era considerato uno degli eredi dei corleonesi, l’ala dura di Cosa nostra che prese il sopravvento nella guerra di mafia degli anni Ottanta e che lanciò la sfida allo Stato con la strategia stragista del 1992 e 1993, ma Matteo Messina Denaro, sconfitto nella notte da un tumore al colon, aveva poco in comune con lo stile di vita di Totò Riina e Bernardo Provenzano, se non gli ergastoli e la ferocia assassina. Corleone, le masserie e la ricotta – compagni degli ultimi giorni di libertà di Provenzano – sono lontani fisicamente (e non solo) da Castelvetrano, città natale di ‘u siccu’, nel cuore della provincia di Trapani. Lì ricordano ancora il figlio di don Ciccio Messina Denaro – capomafia indiscusso degli anni Ottanta morto latitante e ritrovato già vestito di tutto punto per il funerale – sfrecciare con auto di lusso, abiti firmati, i suoi inseparabili occhiali da sole a goccia e Rolex al polso lungo la strada che conduce al mare di Triscina.Un boss entrato nelle grazie di Riina ma che amava la vita, le donne e il divertimento. Nel supercarcere de L’Aquila, dove è stato interrogato più volte dal procuratore di Palermo Maurizio De Lucia e dall’aggiunto Paolo Guido, ha ricordato che se non fosse stato per il tumore al colon non sarebbe stato catturato. Il boss 61enne, infatti, nel 2020 era stato colpito dal cancro: la malattia lo aveva costretto a prendere dei rischi rispetto a una latitanza perfetta. Negli ultimi anni, invece, cellulari, contatti più frequenti con l’esterno e soprattutto la necessità di ricorrere alle cure garantite dal Servizio sanitario nazionale. Il boss era andato a vivere a Campobello di Mazara, a una manciata di chilometri dalla sua Castelvetrano, protetto da una fitta rete di fiancheggiatori in un paesino di poco più di diecimila abitanti. E proprio dalla malattia i magistrati di Palermo sono partiti per scovarlo: il pizzino ritrovato nella casa della sorella Rosalia, finita anche lei in arresto per associazione mafiosa, mise gli inquirenti sulla strada giusta: il boss era malato e così è iniziata la ‘scrematura’ dei nominativi dal registro nazionale dei tumori fino a giungere a quell’Andrea Bonafede di Campobello di Mazara. L’uomo, tenuto sotto controllo dai carabinieri del Ros e del Gis, si trovava a Campobello il 16 gennaio, quando alla clinica ‘La Maddalena’ di Palermo si presentò un Andrea Bonafede per essere sottoposto al consueto ciclo di chemioterapia. Per investigatori e inquirenti fu la scintilla che fece scattare il blitz: Messina Denaro fu catturato in una stradina laterale esterna alla clinica insieme con l’autista, Giovanni Luppino: “Io sono, Matteo Messina Denaro”, confermò ai carabinieri che lo bloccarono mettendo fine a una latitanza che durava dal 1993.

Anni trascorsi nell’ombra ma in completa libertà, sfuggendo a più riprese agli investigatori che gli hanno dato la caccia. Anni nei quali il boss di Castelvetrano è riuscito anche a curare un problema agli occhi in Spagna. Tutto si è concluso quel piovoso 16 gennaio. La chemioterapia continuò nel supercarcere de L’Aquila e poi al San Salvatore, ma nelle ultime settimane l’equipe di oncologi dell’ospedale abruzzese aveva passato la mano alla terapia del dolore: impossibile continuare la lotta contro il cancro. Messina Denaro porta con sé i misteri delle bombe di quel terribile 1992 – quando Cosa nostra uccise Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli agenti di scorta – e dell’altrettanto orrendo 1993: per quelle stragi ha ricevuto condanne all’ergastolo. Risale al 1992 anche il pauroso agguato a colpi di kalashnikov contro il commissario Calogero Germanà, sul lungomare di Mazara del Vallo, tra i bagnanti increduli. Con Messina Denaro entrarono in azione anche Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano: Germanà reagì ai colpi e riuscì fortunatamente a salvarsi. Nel 1993 il boss fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino: quella vicenda è una delle poche ad averlo spinto a parlare con i giudici. Il capomafia ha fornito la sua verità: “Una cosa fatemela dire. Forse è la cosa a cui tengo di più. Io non sono un santo, ma con l’omicidio del bambino non c’entro”.

Dire

Related posts

Ghiacciai in rovina, scatta l’allarme per il Parco nazionale del Gran Paradiso

Redazione Ore 12

Mobilitazione della Cei: “Il 26 marzo colletta nazionale per le popolazioni turche e siriane”

Redazione Ore 12

Movida torinese, maxi-controlli della Polizia di Stato

Redazione Ore 12