Politica

Riflessioni di un vecchio signore d’altri tempi sulla trattativa Stato-Mafia/4

 

di Otello Lupacchini*

 

I gravissimi fatti sopra accennati, dei quali la Corte non fa alcuna menzione, e i plurimi e complessi interventi depistatori di vari esponenti di apparati statali sino a epoca molto recente sono assolutamente incompatibili con l’ipotesi riduzionista prospettata dalla Corte. E attestano che vi erano ben altri scheletri che rischiavano di uscire dall’armadio se Borsellino fosse rimasto in vita e avesse potuto trasfondere in atti giudiziari l’e- sito delle sue indagini sui responsabili e le complesse causali della strage di Capaci. Scheletri che spiegano perché gli interventi di soggetti esterni attraversino ininterrottamente tutta la sequenza stragista, da Capaci nel maggio 1992 alle stragi del 1993 nel continente, come emerge da una pluralità di elementi probatori e come relazionò la Dia già nel 1993 con un’informativa in cui si comunicava che: dietro le stragi si muoveva una “aggregazione orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergono finalità diverse”; e dietro gli esecutori mafiosi c’erano menti dotate di “dimestichezza con le dinamiche del terrorismo e i meccanismi della comunicazione di massa nonché una capacità di sondare gli ambienti della politica e di interpretarne i segnali”. Scheletri che spiegano anche il perfetto sincronismo operativo tra i mafiosi che fanno esplodere l’autobomba e l’immediata apparizione sulla scena di appartenenti agli apparati istituzionali che, grazie alla loro insospettabi- lità, possono far sparire l’agenda rossa completando l’opera. Non bastava uccidere Borsellino: se la sua agenda rossa fosse finita nelle mani dei magistrati, lo sco- po della sua repentina elimina- zione sarebbe stato frustrato. Ed è evidente che l’agenda rossa non fu sottratta per tutelare i mafiosi esecutori della strage, ma i loro compici eccellenti. Né la Corte si chiede perché proprio la Dia, l’organismo di polizia interforze specializzato in materia di mafia, creato su impulso decisivo di Falcone e diretto da De Gennaro amico di Falcone e Borsellino che con lui si confidavano, fu inopinatamente esclusa dalla Procura di Caltanissetta dalle indagini sulla strage, privilegiando invece con un colpo di mano il Sisde di Bruno Contrada e Arnaldo La Barbera, altro soggetto collegato al Sisde, con i noti esiti che portavano in una direzione completamente diversa».

Quella di Roberto Scarpinato è senza dubbio una narrazione molto suggestiva, ma lacunosa, inficiata da aporie e, sotto vari profili, contraddittoria; comunque tutta da verificare anche, ma non solo, alla stregua delle motivazioni della sentenza della Corte d’assise d’appello di Palermo, documento da leggere con grande attenzione, compiutamente, da comprendere adeguatamente e ben metabolizzare. Soltanto così sarà possibile escludere o aver conferma, con cognizione di causa, se quella storytellingabbia acriticamente veicolato e continui ancora a farlo tesi ideologicamente orientate dell’accusa, con effetto disorientante sui cittadini.

4-FINE

*Giusfilosofo

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