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Sommergibile Titan, la neuroscienziata: “Senza aria aggressività e allucinazioni”

Chiusi nel sottomarino Titan, diventato la loro bara in fondo al mare, i cinque amanti dell’avventura e del rischio inabbissatisi per vedere da vicino il relitto del Titanic, sono morti. Forse, come i radar avrebbero rilevato, hanno battuto colpi per essere sentiti e geolocalizzati, forse, in quel buio pesto, ad un certo punto hanno capito di non avere scampo e di avere la stessa crudele sorte di quella grande tragedia che li aveva appassionati. “L’ossigeno manca man mano e si crea progressivamente una riduzione nel corpo. Si tende a mantenere la circolazione nel circuito cuore – polmoni – encefalo e quindi la parte periferica si intorpidisce, con problemi motori o parestesie. Quel poco che resta va sul cervello: non si muore d’improvviso come se si venisse strangolati. Si sta 4-5 minuti con la mancanza d’aria poi inizia il decadimento delle funzionalità cognitive”. Lo spiega alla Dire la neuroscienziata Arianna Di Stadio, docente all’Università di Catania e ricercatrice presso il Laboratorio di Neuroinfiammazione del UCL Queen Square Neurology di Londra. “Ho forti dubbi che siano stati tranquilli: con la mancanza di ossigeno ci agitiamo, alziamo la voce e più ci si innervosisce più si consuma, tanto più in un contesto piccolo. L’ipossigenazione può aver dato problemi comportamentali tra loro, aggressività, sonnolenza e allucinazioni”, aggiunge. Uno scenario che renderebbe la tragica sorte trama perfetta di un horror alla LovecraftE’ la stessa morte, tiene a ricordare la ricercatrice Di Stadio, che accade con l’affogamento”, pensiamo ai 700 migranti al largo di Pylos, conclude la ricercatrice.

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