di Riccardo Bizzarri (*)
“Silenzio, lei è davvero odiosa”. Con questa frase, Donald Trump ha pensato bene di trasformare un incontro con la stampa nello Studio Ovale in una puntata di cabaret di periferia. Solo che non c’era il pubblico a ridere, ma i cittadini del mondo a riflettere: se un presidente non regge due domande, come può reggere un Paese intero?
La scena è grottesca: lo Studio Ovale, tempio della democrazia americana, diventa improvvisamente il set di un talk show in cui l’ospite principale non dialoga ma “silenzi(a)”. Platone scriveva che “chi sa parlare sa anche comandare”. Qui siamo all’opposto: chi non vuole ascoltare pretende di comandare.
Trump ha la battuta pronta, certo, ma non quella che illumina. La sua è la battuta che stacca la corrente. Invece di rispondere, etichetta la giornalista come “odiosa”, quasi fosse un insetto fastidioso da schiacciare con un tweet. Ricorda un po’ quel vecchio detto: “La verità è figlia del tempo, non dell’autorità”. Ma a Trump, la verità, soprattutto se porta un microfono in mano, sembra dargli l’orticaria.
Eppure, la stampa non è un soprammobile da zittire quando stona con l’arredamento. È il sale della democrazia, anche quando brucia. Tocca ricordare le parole di George Orwell: “Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentirsi dire”. E in quel momento, Trump non voleva sentirsi dire niente.
Insomma, se il presidente pretende silenzio, allora la stampa deve fare il contrario: alzare la voce. Perché, diciamolo con Mark Twain, “È meglio tenere la bocca chiusa e passare per idiota, che aprirla e dissipare ogni dubbio”. Ma in questo caso, Trump è riuscito a fare entrambe le cose: parlare e confermare.
(*) giornalista
