Cronaca

Il peso dell’onestà: il commercialista, capro espiatorio di uno Stato smarrito

di Riccardo Bizzarri (*)

Ha aspettato che calassero le tenebre. Non per fuggire, ma per trovare la pace in un gesto disperato, terribile, muto. È salito le scale fino al terzo piano dell’Agenzia delle Entrate, in via Scirocco a Bicchio. E da lì si è lasciato cadere nel vuoto, con una corda al collo e un sacchetto in testa, come a voler annullare anche l’identità, cancellarsi senza fare troppo rumore. Era un commercialista. Aveva 55 anni. Una famiglia. Uno studio. Una vita.

Non è la prima volta che accade. E forse non sarà l’ultima. Ma ogni volta che un professionista sceglie il silenzio eterno come unica via d’uscita, qualcosa si spezza in tutti noi. Questa volta è accaduto in Versilia, e nonostante si parli ufficialmente di “problemi personali”, non dobbiamo ignorare il contesto. Perché oggi il mestiere del commercialista è diventato un campo minato. Un confine sottile tra responsabilità e colpa, tra intermediazione e accusa, tra dovere e disperazione.

Non è più lo Stato a cercare l’evasore. È lo Stato che cerca il commercialista.

Una volta erano i consulenti della fiducia, i mediatori tra cittadini e istituzioni. Oggi sono diventati i bersagli ideali. Repressi dallo stesso sistema che dovrebbero aiutare a rendere più trasparente. Lo Stato li carica di obblighi, scadenze, sanzioni, adempimenti digitali impossibili, riforme improvvise, normative che cambiano nel cuore della notte. Ma non li protegge. Li sorveglia. Li colpevolizza.

Eppure, chi è il commercialista oggi? È colui che tiene insieme i pezzi di piccole e medie imprese che affondano, di partite IVA allo stremo, di famiglie che non sanno più dove trovare il prossimo anticipo IVA. È colui che spesso diventa psicologo, consulente legale, mediatore familiare. E quando tutto crolla, è sempre il primo a rispondere.

La tragedia di Bicchio deve interrogarci. Deve costringerci a smettere di trattare questi uomini e queste donne come nemici. “Fiat justitia, ruat caelum” si faccia giustizia, anche se crolla il cielo. Ma quando il cielo cade solo su chi porta il peso della legge, la giustizia diventa persecuzione.

Come non ricordare le parole di Piero Calamandrei:

“La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.”

Oggi manca l’aria. Manca a chi ogni giorno si alza per combattere una burocrazia cieca, per aiutare il cliente che non riesce a pagare, per rispondere a un Fisco che non ascolta. Manca a chi sa di essere il prossimo sulla lista dei colpevoli. E che, nel suo cuore, non si sente più difeso da nessuno.

Il commercialista di Versilia non era un delinquente. Non era un evasore. Era un padre, un marito, un cittadino. Era un uomo che forse aveva solo bisogno di un segnale di umanità. Di non essere lasciato solo sotto il peso dell’incomprensione. Di non essere punito per il solo fatto di esistere tra contribuente e Stato.

Questa non è una semplice notizia di cronaca. È un grido che ci riguarda tutti.

Perché quando chi dovrebbe aiutare la collettività si toglie la vita nel cuore di un’istituzione pubblica, allora è tutto un sistema ad aver fallito.

E stavolta non possiamo più far finta di niente.

(*) Giornalista

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