Politica

Imputabilità minori: penalisti, ‘ddl pericoloso, scardina principi ordinamento’

 

“La riforma sulla imputabilità dei minori costituisce l’ennesimo tassello di una politica che pone irragionevolmente in conflitto i due termini della sicurezza e del diritto, che in realtà non possono mai essere disgiunti”. Lo dice, contattato da LaPresse, il presidente dell’Unione delle Camere penali Francesco Petrelli, in merito alla norma approvata in Cdm che modifica l’imputabilità dei minori. “Non si deve dimenticare come le neuroscienze contraddicano l’idea che un minore sia oggi più maturo solo perché immerso in un flusso maggiore di informazioni – aggiunge -. Si tratta di un intervento caratterizzato da ateismo scientifico e dotato di una natura esclusivamente simbolica, la cui pericolosità sta nello scardinamento di principi fondamentali dell’ordinamento penale che potranno aprire la strada a ulteriori interventi come quello relativo alla riduzione dei limiti di età per l’imputabilità stessa”.

Dubbi costituzionalità su ddl, regressione culturale

“Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri prevede di estendere ai minori tra i quattordici e i diciotto anni la presunzione di capacità di intendere e di volere prevista per gli adulti, invertendo l’onere dell’accertamento oggi imposto dall’art. 98 c.p. e degradando il dovere imposto a PM e giudice di verifica d’ufficio dell’imputabilità a una semplice facoltà.

Si tratta di una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile, storicamente costruita sulla consapevolezza che l’adolescenza è una fase caratterizzata da una personalità in formazione e da una maturazione non ancora compiuta”.

Questo è quanto poi è contenuto in una nota della giunta Unione camere penali.

“Per questa ragione il codice penale del 1930 e ancor più il sistema delineato dal processo penale minorile del 1988, richiedono un accertamento concreto della maturità del minore e della sua effettiva capacità di comprendere il significato delle proprie azioni – aggiunge la nota -. Il testo del disegno di legge aggiunge, invece, un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano e proseguita, da ultimo, con la prospettata estensione del fermo di prevenzione anche ai minorenni.

In questo quadro, la cosiddetta ‘stretta anti-maranza’, oltre a generare forti dubbi di compatibilità costituzionale, appare il sintomo di una preoccupante regressione culturale. Nel tentativo di esibire fermezza, l’esecutivo finisce per negare la specificità della condizione adolescenziale e per confondere la sicurezza con la propaganda, il governo dei fenomeni sociali con la ricerca del consenso immediato”.

“Un ordinamento liberal-democratico maturo dovrebbe invece essere capace di abbandonare le illusioni securitarie e le pulsioni emotive che spesso accompagnano il dibattito pubblico sulla devianza minorile, per recuperare la lucidità delle scelte coerenti con i principi costituzionali e fondate sulla scienza e sui dati empirici – aggiunge l’Ucp -. Proprio il dato empirico rende ancora più ingiustificato il prospettato intervento normativo: le statistiche del Dipartimento per la Giustizia minorile dimostrano, infatti, che le declaratorie di non imputabilità per accertata immaturità costituiscono già oggi un fenomeno del tutto marginale, posto che negli ultimi anni le decisioni fondate sull’art. 98 c.p. si attestano a poche decine di casi su scala nazionale. Ne deriva che la riforma non risponde ad alcuna emergenza applicativa reale, ma appare semmai una scelta eminentemente simbolica e comunicativa, funzionale ad alimentare la narrazione di una presunta indulgenza della giustizia minorile”.

“La preoccupazione maggiore risiede nel significato sistematico dell’intervento: una volta accettata la logica secondo cui, per esigenze di sicurezza o di allarme sociale, possono essere arretrate le garanzie che contraddistinguono il diritto penale minorile, diviene inevitabilmente più facile mettere in discussione anche altri capisaldi del sistema – prosegue la nota -. In questa prospettiva il disegno di legge rischia di costituire il primo passo di un percorso già evocato nel dibattito pubblico – aggiunge la nota -: quello volto alla progressiva riduzione dell’età dell’imputabilità. È precisamente questo il pericolo delle riforme simboliche: esse producono effetti concreti non tanto nell’immediato, quanto nell’alterazione dei principi culturali e giuridici che sorreggono il sistema, preparando il terreno a interventi successivi sempre più incisivi e regressivi”.

“La vera prova di maturità di uno Stato non consiste nel trattare i minori come adulti, ma nel saper riconoscere che non lo sono, elaborando strategie d’intervento che non siano mera espressione di una muscolare e illusoria manifestazione di intransigenza istituzionale a ‘costo zero'”, conclude l’Ucp.

Red

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