Primo piano

Italiani all’estero: come provare a sembrare svizzeri… e poi ricordarsi di essere italiani

di Riccardo Bizzarri (*)

C’è un fenomeno antropologico che meriterebbe uno studio universitario: l’italiano all’estero. Non parliamo del grande cervello in fuga, né dell’imprenditore che apre ristoranti a New York e fa i soldi a palate. No, parliamo dell’italiano medio,  sportivo, turista o studente Erasmus,  che parte con le migliori intenzioni: integrarsi, fare bella figura, dimostrare al mondo che no, noi non siamo solo pizza, mandolino e furbizia. Poi, puntualmente, succede qualcosa.

Prendiamo il caso fresco fresco delle due nuotatrici azzurre fermate a Singapore con l’accusa di furto. Due ragazze giovani, vincenti, simboli della nuova Italia sportiva, finite in poche ore da “orgoglio nazionale” a “caso diplomatico”. Fermate in aeroporto, riprese dalle telecamere mentre, dicono, infilavano oggetti in borsa senza passare dalla cassa. Insomma, come dire: dalla corsia dei 100 metri rana a quella della “100 metri fuga all’uscita”.

La scena sembra uscita da una commedia all’italiana: loro che cercano di spiegare, le autorità locali inflessibili, l’ambasciata italiana chiamata d’urgenza. E qui parte il solito copione: comunicati ufficiali, Farnesina in soccorso, rientro in Italia “agevolato” e dichiarazioni sui social del tipo: “Desidero chiarire… sono stata coinvolta indirettamente…”.
Indirectly, certo. In Italia tutto è sempre “indiretto”: nessuno guida mai senza cintura, era solo per fare retromarcia; nessuno ruba, stava solo “dimenticando di pagare”; nessuno sbaglia, è sempre il destino cinico e baro.

Il problema, però, è più ampio. L’italiano all’estero ci prova, eccome se ci prova, a sembrare un cittadino modello: parla inglese con accento improbabile, si mette in fila, dice perfino “sorry” se ti pesta un piede in metro. Ma dura poco. Poi scatta quel meccanismo ancestrale che ci portiamo dentro: la convinzione che “tanto una scappatoia c’è sempre”, che “chi vuoi che se ne accorga”, che “oh ma noi siamo italiani!”.

Ed ecco che da Singapore a Londra, da Berlino a Madrid, si ripete il solito teatrino. Gli altri popoli costruiscono reputazioni: i tedeschi sono precisi, i giapponesi disciplinati, gli svizzeri puntuali. Noi invece ci distinguiamo per la creatività… nelle scuse.

E i giovani che ci guardano? Beh, invece di vedere l’Italia del Rinascimento, dei premi Nobel, della bellezza e del talento, rischiano di assorbire la versione “furbetta del cartellino”: quella che all’estero non fa onore, ma fa rumore. Perché, diciamocelo, quando un italiano inciampa fuori confine, non è mai un inciampo privato: è sempre un affare di Stato.

Il paradosso è che se rubi un portachiavi a Singapore non è come dimenticarsi di restituire un ombrello in un bar di Bari. Là le leggi non scherzano, e se non fosse stato per la “longa manus” diplomatica, oggi parleremmo di tutt’altra storia. È come se l’italiano avesse un superpotere: trasformare ogni vacanza in un affare per la Farnesina.

Alla fine, resta una certezza: noi italiani siamo così (Fassino docet). All’estero possiamo provarci a sembrare cosmopoliti, educati, quasi svizzeri. Ma basta poco: un duty free, una fila da rispettare, un regolamento non scritto. E all’improvviso torniamo noi stessi: geniali, improvvisati e poco edificanti.

Insomma, italiani all’estero: più che un popolo, una serie infinita di episodi da sit-com. Peccato che le risate, spesso, siano solo degli altri.

di Riccardo Bizzarri (*) Giornalista

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