di Michele Rutigliano (*)
Il populismo in Italia non è un fenomeno recente, né improvviso. È una corrente che attraversa i secoli e che riemerge con forza nei momenti di crisi, quando le istituzioni vacillano e il tessuto sociale si lacera. Da Cola di Rienzo nel Medioevo a Savonarola nel Rinascimento, fino ad arrivare a Masaniello nella Napoli seicentesca, la storia italiana è costellata di figure che hanno incarnato il ruolo di capopopolo, di tribuno che si presenta come voce autentica del “popolo tradito” contro élite corrotte o incapaci. Questa dinamica ha radici profonde. La fragilità della nostra democrazia e le ricorrenti fasi di smarrimento collettivo hanno sempre offerto terreno fecondo a leader che parlano più alla pancia che alla testa, che agitano simboli semplici, slogan efficaci, nemici da additare. È un fenomeno non solo politico, ma antropologico, che dice molto della nostra società.
Dalla rivolta al governo
Il populismo non si limita a rimanere protesta sterile. In Italia, più che altrove, esso è riuscito a trasformarsi in forza di governo. La Lega di Umberto Bossi, nata come movimento di rottura contro “Roma ladrona”, è arrivata fino al Viminale e ai ministeri più delicati. Il Movimento 5 Stelle, nato da piazze e blog, è addirittura diventato prima forza politica del Paese, guidando governi o condizionandoli pesantemente. Ma già nel dopoguerra un’altra esperienza segnalava questa tendenza: il movimento dell’Uomo Qualunque fondato da Guglielmo Giannini, che nel 1946 intercettò il malcontento popolare con un linguaggio diretto e anti-politico, conquistando seggi nelle prime libere elezioni repubblicane. È la prova che in Italia la protesta qualunquista ha saputo organizzarsi e trovare rappresentanza, spesso trasformandosi da ribellione a istituzione. Si tratta di un caso quasi unico in Europa occidentale: altrove i movimenti populisti si fermano alla soglia del potere o si limitano a condizionarlo dall’opposizione. In Italia, invece, il sistema politico indebolito ha spalancato loro le porte, trasformando la protesta in gestione, con risultati spesso contraddittori. Governi fondati sul populismo hanno prodotto riforme frettolose, promesse irrealizzabili, e soprattutto un abbassamento del livello del dibattito pubblico, sempre più dominato da semplificazioni e slogans.
Il nuovo volto del populismo
Oggi la scena è occupata da un volto nuovo ma da dinamiche antiche: il generale Roberto Vannacci. Ufficiale dell’esercito, divenuto celebre per un libro provocatorio e controverso, ha intercettato quel sentimento diffuso di insofferenza verso l’establishment, trovando consenso soprattutto in ambienti di destra radicale. La sua figura è emblematica perché incarna un populismo identitario, aggressivo, costruito sulla paura del diverso e sull’illusione di un ritorno a valori “forti” e indiscutibili. In realtà, la forza di questo tipo di messaggi nasce dal vuoto lasciato da altri: una politica tradizionale incapace di proporre visioni solide, una società disorientata dalla globalizzazione e dalle diseguaglianze crescenti, un sistema mediatico che amplifica le voci più gridate. In questo contesto, il populismo trova terreno fertile soprattutto nel “popolino” – quella parte di società più fragile, più emotiva e perciò più facilmente manipolabile.
Una sfida per la democrazia
Il populismo, dunque, non è un incidente temporaneo, ma una tendenza che si ripresenta ciclicamente e che, se non affrontata con strumenti adeguati, rischia di deformare la democrazia dall’interno. Servono partiti solidi, leadership responsabili, istituzioni credibili. Ma serve soprattutto una cultura politica diffusa, capace di sottrarre spazio alle semplificazioni demagogiche. La lezione della storia è chiara: ogni volta che il populismo si è imposto in Italia lo ha fatto cavalcando una crisi di valori, di prospettive e di fiducia. Per questo, l’antidoto non può essere solo il rifiuto polemico, ma la ricostruzione di un tessuto sociale più coeso, di una politica che torni a essere proposta e non solo propaganda. Solo così l’Italia potrà spezzare l’antico legame con i suoi capipopolo, sempre più pericolosi per le democrazie del mondo libero.
(*) Giornalista
Nell’immagine Cola di Rienzo Tribuno di Roma
