Esteri

Gaza: il piano Netanyahu-Trump non è una proposta di pace

 

di Giuliano Longo

L’attesissima conferenza stampa di lunedì alla Casa Bianca tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Donald Trump non hanno presentato una “proposta di pace”, ma hanno anche confermato l’impegno di Tel Aviv e Washington per una guerra regionale.

Questo non è l’unico piano attualmente presentato. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite  ha appena approvato all’unanimità la “Dichiarazione di New York” sulla sovranità palestinese, seguita da una serie di Stati che hanno offerto il loro riconoscimento della Palestina come impegno a rispettare la dichiarazione redatta sia da Francia che da Arabia Saudita.

La proposta Trump-Netanyahu richiede il completo disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza in generale. Entrambe le proposte richiedono inoltre l’ingresso di una forza internazionale a Gaza, con il permesso di Israele, per garantire il processo di disarmo e il trasferimento del territorio a una nuova amministrazione.

L’unica differenza fondamentale tra le proposte europee e americane è che il piano statunitense si oppone esplicitamente alla creazione di uno Stato palestinese. Mentre Benjamin Netanyahu che Donald Trump hanno comunque sollecitato l’Autorità Nazionale Palestinese a riformarsi, cosa che la quasi-dittatura di Ramallah ha già accettato, secondo una dichiarazione ufficiale.

Eppure, le riforme richieste dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), menzionano solo la riforma dei libri di testo e la rimozione della inesistente politica del “pagare per uccidere”, che si riferisce  al bilancio dell’Autorità per le famiglie dei martiri e dei prigionieri del conflitto, che gli israeliani sostengono essere una sorta di ricompensa per gli aggressori armati.

Oltre a ciò, entrambe le proposte si oppongono della Palestina, sia come Stato riconosciuto che come territorio occupato e collimano con le intenzioni di Israele di annientare totalmente la causa palestinese, anche oltre i confini del 1967.

Evidentemente, stando alle dichiarazioni rilasciate pubblicamente sulla questione, quasi tutti i paesi arabi e a maggioranza musulmana che hanno sostenuto la Dichiarazione di New York elogiano pubblicamente il piano Trump-Netanyahu, così come la UE in primis Ursula Von del Leyen.

Trattandosi di un accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, queste sarebber le uniche due parti tenute ad attuarlo. Finora l’approvazione esplicita al piano è venuta da Turchia, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Egitto, Arabia Saudita. .

la maggioranza dei paesi arabi  faranno pressione su Hamas affinché ceda. Vogliono godere di una piena normalizzazione con gli israeliani e consentire la nascita di nuovi accordi commerciali. Nessuno di loro ha alcun interesse  alla pulizia etnica, ma solo a continuare a comportarsi come se nulla fosse cambiato.

Nel luglio del 2024, l’allora presidente degli Stati Uniti Joe Biden organizzò un’attesissima conferenza stampa, in cui annunciò che la guerra a Gaza “deve finire” e invitò gli israeliani ad accettare il suo cessate il fuoco.

Da allora, sono state presentate diverse proposte di cessate il fuoco, dal novembre 2023, fino al suo ultimo mese in carica , fonti anonime riferivano  che Joe Biden insultava Netanyahu, sbatteva la cornetta e che addirittura chiedeva un cessate il fuoco o imponeva limiti.

L’Ultima a  marzo, dopo aver ricevuto una parte dei loro cittadini sequestrati , gli israeliani hanno ripreso a bombardare la Striscia . Allora non ci furono ripercussioni di sorta, anzi  Trump li ricompensò con nuovi pacchetti di armi e con lo sblocco delle bombe da 2.000 libbre, che erano state sospese da Joe Biden.

All’inizio di quest’anno, soprattutto in vista della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” tra Iran e Israele, – approvata e direttamente intrapresa dagli Stati Uniti – sono circolate innumerevoli fantasiose notizie di uno scontro in corso tra Netanyahu e Trump. Il Jerusalem Post ha persino pubblicato un articolo  sostenendo che il Presidente degli Stati Uniti stesse valutando la possibilità di riconoscere uno Stato palestinese.

Per comprendere la verità, basta invece guardare a quante volte proposte simili, discorsi di faide, giochi di potere, scacchi quadridimensionali e minacce si sono verificati.

Solo quest’anno, Trump ha lanciato avvertimenti di scatenare l’inferno se Hamas non accettasse questa o quella proposta; ha affermato di voler prendere Gaza come proprietà immobiliare, pubblicando persino un grottesco video “Trump Gaza” con l’intelligenza artificiale sui social media.

Oltre a ciò, gli stessi israeliani cambiano costantemente i loro piani per Gaza e lanciano nuove operazioni militari, sostenendo che cambieranno le carte in tavola, prima di fare marcia indietro rispetto alla strategia originale.

Ma oggi il nuovo piano Trump- Netanyahu è davvero praticabile? NO, perché nessuna delle  proposte chiarisce come potrebbe venir attuato anche se Hamas si suicidasse e nonostante le sue affermazioni  di essere disponibile a lasciare il governo di Gaza rinunciandovi il controllo e che non controllerà il territori, ma guerra finita.

Se la debole  l’ Autorità Nazionale Palestinese (ANP), prendesse il potere, a Gaza  la rimozione di Hamas dal potere potrebbe tecnicamente essere realizzata. Soprattutto perché l’ANP è un’organizzazione consolidata che paga gli stipendi ai propri dipendenti ed è, quantomeno, un marchio familiare.

Ma Il piano Trump-Netanyahu esclude che l’Autorità prenderà  il controllo di Gaza, perché Israele non lo vuole così come non vuole   qualsiasi percorso verso uno Stato palestinese. Quindi, viene proposto che  l’amministrazione postbellica di Gaza sia composta da tecnocrati palestinesi, secondo un modello dai dettagli tuttora molto vaghi.

Se non sarà l’Autorità  a controllare l’amministrazione postbellica, l’unica altra opzione sono  esperti provenienti dalla Striscia, quasi tutti con qualche tipo di affiliazione politica all’amministrazione dell’Autorità Nazionale Palestinese o di Hamas. In alternativa si dovrà ricorrere  a persone esterne, palestinesi o arabi che non provengono da Gaza, il che sarebbe disastroso per le sorti di una popolazione provata all’estremo.

Secondo una dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca sulla questione, l’accordo includerà il rilascio di tutti i prigionieri israeliani e dei loro corpi entro 72 ore, prima che venga rilasciato qualsiasi ostaggio palestinese.

Anche in quel caso, saranno rilasciati solo 1700 palestinesi catturati a Gaza, insieme a 250 prigionieri palestinesi condannati all’ergastolo, oltre i  corpi di 15 cittadini di Gaza assassinati e detenuti da Israele.

Ma10.000 palestinesi sono attualmente detenuti in Israele, mentre centinaia di corpi di palestinesi assassinati e prigionieri vengono illegalmente sottratti alle loro famiglie.

Il problema è che, se questo piano dovesse andare avanti, richiederebbe che Hamas consegni immediatamente gli ostaggi  e più o meno contemporaneamente  i palestinesi detenuti.

E poi? Hamas inizierebbe il disarmo, che sarebbe imposto da una forza internazionale   anch’essa dipendente dalla buona volontà di Israele sul ritiro delle sue truppe e l’interruzione dei  bombardamenti.

Basta guardare la Siria o il Libano per rendersi conto di quanto sia seria la promessa israeliana di un accordo di cessate il fuoco.

In Siria, l’attuale amministrazione collabora apertamente con loro, eppure Israele continua a sostenere una forza di insurrezione della minoranza drusa nel sud e a bombardare il Paese a suo piacimento.

 In Libano, Israele ha occupato una parte del sud e ha commesso oltre 5.000 violazioni del cessate il fuoco nonostante la presenza di una forza di Interposizione Onu dove i militari italiani sono maggioranza e della quale già Israele ha chiesto il ritiro.

Oltre a tutto questo, non ci sono dettagli o impegni che infondano fiducia su quello che sarà il protocollo di ingresso degli aiuti umanitari, come avverrà la ricostruzione,  dove vivranno i palestinesi durante la ricostruzione, nessuna garanzia che non proseguirà la pulizia etnica in corso,, senza nessun mezzo per imporre restrizioni o punire le violazioni israeliane.

Anche la eventuale trattativa su ognuno di questi punti  del piano,  non ha altro scopo che ottenere la completa resa della Resistenza palestinese e il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani; il resto è solo un vago “beh, dovrete solo fidarvi che ‘l’affidabile’ Netanyahu  smetterà di commettere genocidio e pulizia etnica“, proprio quando dice apertamente che non ci sarà nessuno Stato palestinese.

Sia Netanyahu che Trump hanno menzionato l’Iran nei loro discorsi non è stato un caso. Entrambi hanno parlato anche dell’eliminazione di quella che il Primo Ministro israeliano definisce “la maledizione”, altrimenti nota come Asse della Resistenza a guida iraniana.

Questo piano è anche  un’ulteriore spinta in Libano.  Al  disarmo di Hezbollah, per consentire il dominio totale israeliano sull’intera regione. Washington e Tel Aviv fanno capire di essere intenzionate ad andare fino in fondo; vogliono eliminare ogni singola minaccia per loro, la più importante delle quali è la Repubblica Islamica dell’Iran.

Sono sul sentiero di guerra. Ci sono due opzioni che sono state poste ad Hamas, Hezbollah e Iran: capitolare o combattere fino alla morte. Dato che il motto del braccio armato di Hamas, le Brigate al-Qassam, è  sempre stato “una Jihad di vittoria o di martirio“, no  va esclusa  l’opzione  “è meglio morire in piedi” .

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