di Gino Piacentini
Le terre rare tornano protagoniste del confronto tra Cina e Stati Uniti, in un momento cruciale per la transizione energetica e la sicurezza industriale globale. Dopo mesi di tensioni, il presidente Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping si sono incontrati in Corea del Sud per un colloquio di quasi due ore, che ha portato a un temporaneo allentamento delle restrizioni cinesi sull’export di minerali critici.
Pechino ha infatti annunciato la sospensione per un anno dei controlli alle esportazioni introdotti il 9 ottobre, che avevano messo in crisi gli acquirenti internazionali di terre rare, elementi indispensabili per la produzione di veicoli elettrici, microchip, turbine eoliche e sistemi di difesa. Trump ha parlato di una “questione risolta”, ma l’impressione è che si tratti più di una pausa tattica che di un vero accordo: le misure restrittive introdotte in primavera restano in vigore, segnalando la volontà di Pechino di mantenere la leva geopolitica su un settore chiave della transizione ecologica.
La risposta americana: diversificare per non dipendere da Pechino
Parallelamente, Washington accelera la propria strategia di indipendenza mineraria. Nel suo recente tour in Asia, Trump ha firmato in Giappone un accordo quadro sui minerali critici e le terre rare, che prevede la cooperazione tra pubblico e privato per assicurare forniture stabili, semplificare i permessi estrattivi e finanziare progetti comuni di interesse strategico.
L’intesa con Tokyo si inserisce in una più ampia rete di accordi che coinvolge anche Australia, Malesia, Thailandia, Vietnam e Cambogia: obiettivo, rompere il monopolio cinese e garantire l’accesso a materiali indispensabili per la transizione verde. Alcuni di questi accordi prevedono impegni a non limitare le esportazioni verso gli Stati Uniti e a favorire investimenti industriali non cinesi nei Paesi firmatari.
Negli USA, il percorso per ricostruire una catena di fornitura interna sostenibile è già iniziato. Il Dipartimento della Difesa – ribattezzato da Trump “Dipartimento della Guerra” – ha investito 400 milioni di dollari in MP Materials, diventandone il principale azionista e garantendo un prezzo minimo di 110 dollari/kg per i prodotti a base di neodimio e praseodimio (NdPr), fondamentali per i magneti permanenti delle auto elettriche e dei sistemi di accumulo energetico.
Il controllo delle terre rare non è solo una questione economica o militare: è uno dei punti nevralgici della transizione sostenibile mondiale. Senza accesso stabile a questi materiali – necessari per batterie, motori elettrici e dispositivi digitali – le politiche climatiche rischiano di restare sulla carta.
Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno così cercando di costruire un’alternativa credibile al modello cinese, basata su filiera corta, tracciabilità ambientale e standard ESG. Ma la strada è lunga: secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), serviranno anni per sviluppare capacità produttive in grado di coprire il fabbisogno interno e ridurre la dipendenza da Pechino. Fino ad allora, la Cina continuerà a esercitare un’influenza decisiva su una risorsa strategica che non alimenta solo l’industria del futuro, ma l’intera architettura della transizione energetica globale.
Nella foto un giacimento di terre rare
