di Balthazar
Dopo il rapimento di Maduro la sua vice Delcy Rodriguez ha ammorbidito la sua retorica proponendo un programma di cooperazione con gli Stati Uniti. Una svolta politica che ha fatto seguito alla minaccia di Trump a lei indirizzata : “Se non fa ciò che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro”.
Diversi giorni dopo, Trump ha accettato la consegna consegna di 30-50 milioni di barili di petrolio venezuelano agli Stati Uniti.
Numerosi commentatori ritengono che gli Stati Uniti attendano tre mosse da parte della vice presidente in carica: reprimere i flussi di droga; espellere agenti iraniani, cubani e di altri paesi o reti ostili a Washington; e fermare la vendita di petrolio agli avversari degli Stati Uniti.
L’annuncio dell’acquisto di petrolio venezuelano è in linea con la terza richiesta e suggerisce che gli Stati Uniti abbiano stabilito un certo grado di controllo per procura sul Venezuela.
ABC News ha riferito che altre condizioni includono “l’espulsione di Cina, Russia, Iran e Cuba e la rottura dei legami economici” con loro, nonché “l’accordo di collaborare esclusivamente con gli Stati Uniti per la produzione di petrolio e di favorire l’America nella vendita di petrolio greggio pesante”.
Di questi quattro, i legami del Venezuela con l’Iran sono i più nebulosi e l’unica manifestazione visibile della loro partnership è la comune posizione antiamericana.
Gli interessi cubani sarebbero invece quelli maggiormente danneggiati se gli Stati Uniti costringessero il Venezuela a interrompere i legami economici, poiché Cuba, assediata dalle sanzioni, dipende dal petrolio sovvenzionato del suo partner.
Interrompere questo legame, come già riportato da ORE12, potrebbe accelerare il collasso della sua economia subordinando l’isola agli Stati Uniti, con o senza un cambio di regime, come Washington ha cercato di ottenere già da decenni.
Per quanto riguarda la Cina, il petrolio venezuelano rappresenta solo il 4% delle sue importazioni totali, mentre il debito venezuelano nei suoi confronti è pari a 17-19 miliardi di dollari , ben poco in confronto all’economia della Cina che i potrebbe permettersi di perdere entrambi.
I problemi sorgerebbero solo se altri importanti partner della BRCSI fossero intimiditi dagli Stati Uniti e indotti a seguire l’esempio del Venezuela, interrompendo le esportazioni di risorse verso la Cina e inadempiendo al debito nei suoi confronti.
In tal caso, le conseguenze a cascata potrebbero costringere la Cina a modificare la sua strategia di sviluppo, ostacolando l’ascesa della sua influenza globale.
E infine, il Venezuela potrebbe consentire agli esperti statunitensi di ispezionare i suoi 20 miliardi di dollari rappresentati dall’arsenale russo in sua dotazione rivelando i segreti su questo equipaggiamento anche se parte di queste armi potrebbero persino essere inviate in Ucraina.
Una possibilità è che gli Stati Uniti inseriscano questa smilitarizzazione parziale in un piano di graduale alleggerimento delle sanzioni per il Venezuela.
Come nel caso dello scenario peggiore di Cuba, è anche difficile immaginare come la Russia possa evitarlo, quindi anche questo potrebbe essere un fatto compiuto.
L’unico modo plausibile per compensare questo problema potrebbe un colpo di stato militare che impedisca agli Stati Uniti di ispezionare o trasferire tali attrezzature, oppure lo scoppio di una guerra civile della quale non pare esistano le premesse.
Mentre Cina e Russia potrebbero sopravvivere al danno che il controllo per procura degli Stati Uniti sul Venezuela potrebbe infliggere ai loro interessi, Cuba probabilmente non potrebbe. A nelle scelte di Trump vi è qualcosa di più che l’assoggettamento yankee di tutta l’America Latina.
Il vero colpo è diretto ad indebolire i BRICS che hanno il Brasile uno dei loro punti di forza e sotto l’egemonia cinese e solo in parte russa rappresentano l’alternativa all’unilateralismo americano.
