Esteri

Medioriente: Pizzaballa, Gesù piange su Gerusalemme e Terra Santa senza pace

“Gesù piange ancora una volta su Gerusalemme. Piange su questa città, che rimane segno di speranza e di dolore, di grazia e di sofferenza. Piange su questa Terra Santa, ancora incapace di riconoscere il dono della pace. Piange per tutte le vittime di una guerra che sembra senza fine: per le famiglie divise, per le speranze infrante. Ma le lacrime di Gesù non sono mai vane. Ci aprono gli occhi, ci interpellano e ci rivelano la verità”. Solo le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme nella preghiera dal Getsemani, il Monte degli Ulivi, durante la preghiera in occasione della Domenica delle Palme.

“Oggi, mentre la guerra sembra soffocare ogni parola di pace, qui – dove Gesù pianse – possiamo udire risuonare quella stessa confessione. L’ultima parola di Dio è la tomba vuota. È il Signore che precede i discepoli in Galilea e che precede anche noi, guidandoci verso una pace che non è un’illusione, ma il frutto della croce”, ha affermato Pizzaballa.

“Gerusalemme, la Terra Santa, non è solo un luogo geografico; è il cuore pulsante della nostra fede. Ogni pietra qui parla di salvezza; ogni collina porta il ricordo del Dio che ha scelto di avvicinarsi. Vivere la fede in questa terra significa accettare la contraddizione che essa incarna: il luogo della risurrezione è anche il luogo del Calvario; il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da troppo odio – ha proseguito – Eppure, da questo luogo santo impariamo a guardare la città con gli occhi di Cristo. Impariamo a piangere con lui, ma anche a sperare con lui. Perché la stessa Gerusalemme che ha respinto il Principe della Pace ha anche visto la tomba vuota. La guerra non cancellerà la risurrezione. Il dolore non spegnerà la speranza”. “Oggi non portiamo palme in processione ma la croce”

“In questo pomeriggio della Domenica delle Palme ci riuniamo senza processione, senza palme che sventolano per le strade. Questa assenza non è una mera formalità. È la guerra che ha interrotto il nostro cammino festivo, rendendo difficile persino la semplice gioia di seguire il nostro Re. I nostri fratelli e sorelle della Terra Santa non possono riempire le strade questa domenica né unire le loro voci alla processione festiva. Oggi non portiamo palme in processione. Portiamo invece la croce – una croce che non è un fardello inutile, ma la fonte della vera pace. Non sventoliamo rami d’ulivo; scegliamo piuttosto di diventare costruttori di riconciliazione, attraverso ogni gesto, ogni parola, ogni relazione”.

Red

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