La guerra di Trump

Iran: Trump, cessate il fuoco è in terapia intensiva. Attesa per incontro con Xi

di Lorenza Ferraiuolo (*)

Il cessate il fuoco è “in terapia intensiva”. Usa un’immagine clinica il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per descrivere lo stato dei negoziati tra Washington e Teheran. Nessuna svolta dall’attesa risposta iraniana alla proposta formulata dagli Usa. Il tycoon definisce il documento ricevuto “inappropriato” mentre Teheran risponde parlando di un’offerta “generosa e responsabile”. Nessuna intesa, dunque, sebbene per Masoud Pezeshkian i negoziati siano ancora “possibili”, ma solo da una “posizione di dignità, saggezza e opportunità”. Anzi – sottolinea il presidente iraniano – “qualora si raggiungesse un accordo in linea con le preoccupazioni della Guida Suprema e gli interessi del popolo iraniano, l’Iran rispetterebbe i propri impegni”. Lo stesso Trump, del resto, ribadisce che non ha intenzione di scoraggiarsi o tirarsi indietro. Continuerà a trattare con la leadership iraniana “finché non sarà raggiunto un accordo”, pur convocando parallelamente una riunione con il suo team per la sicurezza dove “valutare” l’eventuale ripresa delle azioni militari. Nel frattempo, andranno messe in atto una serie di contromisure, sia sul piano interno che su quello internazionale. Per placare le critiche per il caro carburante Trump annuncia la sospensione della tassa federale sulla benzina a fronte dell’aumento dei prezzi derivante dalla guerra, “fino a quando sarà opportuno”. Si ipotizza inoltre il ripristino dell’operazione ‘Project Freedom’ a Hormuz, l’iniziativa militare americana che vuole scortare le navi commerciali fuori dallo Stretto. L’azione era stata sospesa dopo poche ore dal suo inizio, ma questa volta – precisa il capo della Casa Bianca – avrà un ambito “più ampio”, non ancora chiarito.

La guerra, in sintesi, non è finita. E a ricordarlo è anche Benjamin Netanyahu, che convoca una riunione sulla sicurezza nel suo ufficio a Gerusalemme, e in un’intervista afferma che “Israele ha ottenuto molto”, ma “c’è ancora materiale nucleare che deve essere portato fuori dall’Iran”, “siti di arricchimento che devono essere smantellati”, “gruppi armati che l’Iran sostiene e missili balistici che vogliono ancora produrre”. “C’è del lavoro da fare”, chiosa il primo ministro israeliano, che smentisce anche di aver esercitato forti pressioni su Trump perché iniziasse la guerra contro l’Iran, sostenendo che ciò avrebbe portato a un cambio di regime. “Eravamo entrambi d’accordo sul fatto che ci fossero sia incertezza che rischio. Ma c’è un pericolo maggiore nel non agire”.

Intanto gli occhi del mondo sono puntati sull’imminente viaggio di Donald Trump in Cina, dal 13 al 15 maggio. Secondo il Financial Times, il presidente americano intende affrontare con Xi Jinping anche il dossier iraniano, sollevando le preoccupazioni di Washington sul sostegno di Pechino a Teheran, comprese le esportazioni di tecnologia a duplice uso e una possibile assistenza militare. Negli stessi giorni il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Aragchi, sarà a Delhi per la riunione dei ministri degli Esteri dei Brics. Al vertice probabilmente saranno presenti anche gli omologhi di Arabia Saudita ed Egitto, paesi ‘facilitatori’ insieme al Pakistan del dialogo fra Usa e Iran.

Teheran tenta anche di imbastire un canale di comunicazione con gli europei, avvertendoli allo stesso tempo di non “cedere alle arroganze di Stati Uniti e Israele” e ad evitare “qualsiasi mossa che possa compromettere i propri interessi”. Un intervento nello Stretto di Hormuz o nel Golfo Persico “porterebbe a ulteriori complicazioni”, il monito del portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei.

(*) La Presse

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