di Michele Rutigliano (*)
C’è un filo rosso che lega i due editoriali di Walter Weltroni e Antonio Polito, pubblicati la scorsa settimana sul Corriere della Sera: è la sensazione di un’Italia stanca, confusa, incapace di ritrovare, nel suo presente e ancor più per il suo futuro, una direzione politica, morale e sociale che dia un senso e una prospettiva alla nostra comunità nazionale.
Ogni giorno che passa ci viene rappresentato un Paese che appare prigioniero di slogan, di conflitti permanenti, di una comunicazione politica sempre più aggressiva e sempre meno capace di costruire una visione collettiva. Dopo quasi quattro anni di questo Governo, il bilancio che emerge è assai lontano dalle aspettative che avevano infiammato il consenso che ebbe nel 2022. Si prometteva una nuova centralità internazionale dell’Italia, una rivoluzione fiscale, il rilancio del lavoro, il controllo dell’immigrazione, la difesa delle famiglie e del ceto medio.
Ma oggi il sentimento prevalente è quello della disillusione. La stessa bocciatura referendaria sulla giustizia ha mostrato tutta la fragilità di una maggioranza che, pur avendo goduto di un largo consenso parlamentare e mediatico, non è riuscita a trasformare la propaganda in una vera riforma dello Stato. E mentre il Governo fatica a trovare una strategia economica e sociale credibile, il dibattito pubblico si radicalizza sempre di più.
La campagna social di Matteo Renzi, costruita provocatoriamente sul richiamo al “Quando c’era lui”, trasformato in “Quando c’era lei” dimostra quanto il linguaggio politico italiano sia ormai scivolato dentro una dimensione teatrale e nostalgica, dove perfino il Ventennio fascista viene evocato come arma comunicativa e non come tragedia storica da superare definitivamente. Nel frattempo avanzano nuovi populismi, nuove semplificazioni, nuovi rancori.
Dopo la stagione della protesta leghista, del berlusconismo carismatico e del grillismo antisistema, emerge ora anche il fenomeno del Generale Vannacci. Un personaggio un po’ pittoresco ma interprete di una destra identitaria e muscolare che alimenta paure, divisioni e pulsioni xenofobe. È il segno di un’Italia che rischia di smarrire il senso profondo della propria tradizione democratica e popolare.
La lezione della Prima Repubblica e il ruolo del cattolicesimo sociale
Eppure l’Italia non è sempre stata così. Abbiamo vissuto una stagione nella quale il nostro Paese, pur attraversato da conflitti durissimi, riuscì a costruire sviluppo economico, coesione sociale e prestigio internazionale.
L’Italia di Alcide De Gasperi, di Aldo Moro e di Amintore Fanfani, alimentata da una vasta cultura cattolico-democratica seppe tenere insieme crescita industriale, solidarietà sociale, apertura europea e mediazione politica. Fu il tempo del cattolicesimo sociale, della centralità del Parlamento, del dialogo tra culture diverse, della costruzione paziente del consenso.
La dottrina sociale della Chiesa non era un semplice richiamo morale, ma una vera architettura culturale e politica. Difesa del lavoro, dignità della persona, solidarietà tra territori, attenzione agli ultimi, rifiuto dei nazionalismi aggressivi: erano questi i pilastri di una visione che rese l’Italia protagonista del progetto europeo. Non a caso, uomini come De Gasperi contribuirono alla nascita dell’Europa comunitaria insieme a Robert Schuman e a Konrad Adenauer.
Oggi, invece, prevale una politica che comunica molto ma costruisce poco. La crisi della partecipazione democratica nasce anche da questo impoverimento ideale. Quasi metà degli italiani non va più a votare perché non vede più differenze sostanziali tra le forze politiche, non crede alla sincerità delle promesse elettorali e percepisce lo Stato come distante e impotente. L’astensionismo non è soltanto disaffezione: è il sintomo di una frattura profonda tra cittadini e istituzioni.
Senza una cultura della solidarietà l’Italia non riparte
La verità è che senza una rinnovata cultura della solidarietà il Paese non riuscirà a rialzarsi. Nessuna economia può crescere davvero dentro una società dominata dalla paura, dall’egoismo territoriale, dal rancore sociale e dalla demonizzazione del diverso. L’Italia ha bisogno di ritrovare un’anima civile prima ancora che una strategia economica. Ed è proprio qui che il cattolicesimo sociale può tornare ad avere un ruolo decisivo.
Non si tratta di restaurare nostalgicamente la Prima Repubblica o di immaginare nuovi partiti confessionali. Si tratta piuttosto di recuperare una cultura politica fondata sulla mediazione, sulla responsabilità, sulla giustizia sociale e sul valore della persona umana. In un tempo dominato dagli algoritmi, dalle urla social e dalle leadership personalistiche, il messaggio più rivoluzionario potrebbe essere proprio quello della fraternità civile.
L’Italia tornerà autorevole in Europa non inseguendo i sovranismi, ma tornando ad essere un ponte tra popoli, culture e diritti. E forse il nostro futuro dipenderà proprio dalla capacità di riscoprire quella tradizione cattolico-sociale che seppe unire crescita economica e solidarietà, sviluppo e umanità, identità nazionale e vocazione europea. Perché senza una visione etica della politica, ogni consenso diventa effimero e ogni vittoria elettorale rischia di trasformarsi, inevitabilmente, in una nuova delusione collettiva.
(*) Giornalista
