La guerra di Trump

Perché Trump ha scaricato l’Europa dai colloqui di pace con l’Iran?

di Balthazar

Quando Trump ha annunciato un possibile accordo tra Stati Uniti e Iran, lo ha fatto dopo aver chiamato  Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Turchia, Pakistan, Egitto, Giordania e – separatamente – Israelr, ma non una sola capitale europea era nella lista delle chiamate. Anzi The Donald li accusati di tradimento per non aver fornitosupporto militare alla sua guerra.

 A questo punto, l’irrilevanza diplomatica dell’Europa nella grande diplomazia mediorientale è diventata così normale che la sua esclusione si registra a malapena. In che modo l’Europa  è passata dalla leadership nella diplomazia iraniana  – culminata con l’accordo nucleare noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015 –  alla semplice irrilevanza.

Oggettivamente, ci sono fattori che sono al di fuori del controllo degli europei. Fra I primi, da non sottovalutarel’antipatia di Trump nei confronti dei leader europei, sentimento  reciproco.

Trump vuole pacificare il MedioOriente  rivendicandone  il merito e avanzando la sua impropabile proposta  che tutti i paesi della regione – dall’Arabia Saudita al Pakistan – si uniscano agli accordi di Abramo  dei Paesi arabi con Israele del 2020. Messo in naftalina dopo la distruzione di Gazse non altro per dare un contentino ale turbolente masse arabe.

Poi ci sono gli stessi attori regionali come l’Egitto, la Turchia e il Pakistan per I quali la posta in gioco è “esistenziale”.

Una ripresa e l’esacerbazione delle ostilità  rischierebbe il collasso economico, soprattutto degli Stati del Golfo e un’implosione dello Stato iraniano destabilizzerebbe i confini, provocando una migrazione incontrollata con  conflitti etnici e sreligiosi su scala regionale.

Anche l’Europa ne pagherebbe il prezzo con costi dell’energia più elevati e inflazione, mentre già ora sta perdendo circa 500 milioni di euro come ha dichiarato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen.

Eppure attribuire tutto alla vanagloria e alla diplomazia regionale non è sufficiente.

Gli accordi trapelati rivelano che la strategia americana per la fine del conflitto non è poi così differente da quella del luglio 2015 quando Gran Bretagna, Francia e Germania), lavorando con l’alto rappresentante dell’UE  per la politica estera Federica Mogerini e gli Stati Uniti di Obama aprì la stada agli accordi  su nucleate della  JCPOA.

Dopo che Trump si è ritirato dal JCPOA durante il suo primo mandato nel 2018, l’Europa ha lanciato INSTEX, un mezzo  commerciale progettato per bypassare le sanzioni secondarie statunitensi contro l’Iran, ma alla fine si èpiegata ai desideri di Washington perdendo la fiducia di Teheran.

In secondo luogo, nel 2025,gli stessi Paesi eurpei si sono diligentemente adeguati per attivar le  sanzioni legate al nucleare da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro l’Iran, mentre Russia e Cina insistevano per una soluzione diplomatica  e Teheran stessa aveva offriva concessioni. A questo punto l’Europa cessava di essere un broker onesto diventando un’ausiliaria statunitense.

In terzo luogo la guerra in Ucraina ha cambiato l’intera visione del mondo dell’Europa. Dopo il 2022, Bruxelles ha intrapreso un percorso geopolitico che divide il mondo in amici e nemici basandosi esclusivamente sulla loro posizione verso la Russia e l’Iran – che ha fornito a Mosca droni – è stato rapidamente collocato fra I nemici.

Sulla scia immediata dell’attacco tra Stati Uniti e Israele all’Iran il 28 febbraio, leader europei come von der Leyen e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno proclamto a parole il loro sostegno a una soluzione diiplomatica del conflitto, ma ora, l’UE sta raddoppiando.

Von der Leyen afferma che “all’Iran non deve essere permesso di sviluppare un’arma nucleare” (ignorando i ripetuti tentativi di Teheran di negoziare un accordo che garantirebbe proprio questo risultato). Poi ha detto che l’Iran deve porre fine alle sue azioni destabilizzanti” nella regione, così come ai “attacchi ripetuti e ingiustificati ai suoi vicini”. Ignorando il fatto che sono stati gli Stati Uniti e Israele ad attaccare e  che la prima risposta dell’Iran è stata quella di colpire le strutture militari statunitensi negli Stati vicini.

La percezione della debolezza dell’UE è stata ulteriormente sottolineata dall’Alto rappresentante dell’UE Kaja Kallas la quale ha affermato (ingenuamente?) che l?unione non ha una sua strategia per il Medio Oriente e che “molto dipenderà da come finisce la guerra” .

Come se l’Europa fosse semplicemente un spettatore passivo senza alcuna capacità di plasmare in alcuna forma la propia posizione in attesa che la guerra finisca, segnado un drammatico contrasto con i suoi predecessori, Federica Mogherini, Catherine Ashton e Javier Solana, che hanno avuto ruoli importanti nella diplomazia con l’Iran dai primi anni 2000.

Ma queste posizioni contrastano anche con quelle europee del 2003, quando Francia e Germania si sono opposti senza reticenze all’invasione americana dell’Iraq. Non sono riusciti a impedirlo, grazie all’allora primo ministro britannico Tony Blair, ma almeno ci hanno provato.

Oggi, solo il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez è l’unico ad aver dimostrato una opposizione coerente contro la  guerra americana  in Iran, mentre la maggior parte degli altri leader europei ha offerto uno spettacolo imbarazzante di silenzio, esitazione e, sotto sotto, connivenza. Ma Sanchez è solo un membro dell’UE e non può parlare a nome del blocco.

Avendo perso qualsiasi influenza nel porre fine alla guerra, l’UE può ancora svolgere un ruolo costruttivo nella fase del dopoguerra, se e quando Trump effettivamente stringerà un accordo con l’Iran. E forse potrebbe intervenire nella ricostruzione postbellica neell’area – sempre che I colossi industriali e finnaziari americani glielo concedano.

Sarebbe anche  un modo pratico per recuperare influenza e rispetto giocando con i punti di forza tradizionali dell’UE – comprese le sue regole liberal democratiche –  piuttosto che sposare un approccio militarizzato. In altre parole, l’UE ha bisogno di più Sanchez, e meno von der Leyen e Kallas.

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