Il contenuto del memorandum of understanding fra Stati Uniti e Iran, firmato nelle scorse ore a distanza da Donald Trump mentre si trovava a Versailles e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian a Teheran, era stato ampiamente anticipato da indiscrezioni nei giorni scorsi. Al momento gli Stati Uniti non l’hanno diffuso ufficialmente, ma funzionari Usa hanno dettato una bozza del testo ai giornalisti dopo giorni di segretezza e i media di Stato iraniani hanno diffuso un testo che ricalca in gran parte quanto filtrato dagli Usa. Il testo, in 14 punti, prevede principalmente la cessazione definitiva delle ostilità su tutti i fronti, Libano compreso, e avvia un periodo di negoziazione di 60 giorni per raggiungere un accordo definitivo sul futuro del programma nucleare iraniano. Dovrebbe comportare, come riferito dal premier del Pakistan, Paese mediatore, la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran e al tempo stesso lo stop del blocco navale dei porti iraniani da parte degli Usa. Garantisce inoltre a Teheran dei vantaggi immediati, consentendogli di vendere nuovamente il proprio petrolio in piena libertà. L’accordo sospende infatti immediatamente, ma non elimina, le sanzioni che Trump aveva imposto alle esportazioni petrolifere dell’Iran, consentendo al Paese di vendere nuovamente il proprio greggio sul mercato mondiale e ripristinando un flusso di entrate del valore di miliardi. Ciò che non viene definito sono i dettagli relativi alle scorte di uranio altamente arricchito già in possesso dell’Iran, di cui si limitano a prevedere la “diluizione” a un grado di purezza inferiore sotto la supervisione dell’Aiea. Altro punto importante, l’intesa promette di sbloccare miliardi di dollari di beni iraniani detenuti all’estero durante i negoziati, secondo una procedura che le due parti definiranno. E promette anche un fondo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dei danni causati dalla guerra in Iran. Il vice presidente Usa, JD Vance, ha affermato che i Paesi arabi del Golfo investirebbero tale somma, tuttavia i Paesi del Golfo sarebbero probabilmente riluttanti ad aiutare l’Iran dopo che gli attacchi iraniani durante la guerra hanno distrutto impianti petroliferi e altri siti sul loro territorio. Trump mercoledì ha ribadito che gli Stati Uniti non contribuiranno e ha affermato che spetta agli altri Paesi decidere se investire. Per dare un’idea della portata straordinaria del fondo, la Banca Mondiale stima che la Siria, dopo 13 anni di guerra civile distruttiva, abbia bisogno di 215 miliardi di dollari per la ricostruzione; la Striscia di Gaza, in gran parte rasa al suolo in due anni di guerra, necessita di 53 miliardi di dollari. Né la questione dei missili né il sostegno dell’Iran ai propri alleati sembrano essere all’ordine del giorno nei prossimi negoziati. L’accordo provvisorio specifica solo che i colloqui si concentreranno sul programma nucleare iraniano. Oltre alle nuove entrate petrolifere per l’Iran, le due parti si ritrovano più o meno nella stessa situazione di 3 mesi e mezzo fa, prima che il 28 febbraio Israele e Stati Uniti dessero il via alla loro guerra contro l’Iran, che ha causato migliaia di morti in tutta la regione scatenato una crisi energetica globale. La posta in gioco per Donald Trump sarà ora capire se, nei 60 giorni disponibili per negoziare l’intesa definitiva, riuscirà a strappare un risultato migliore rispetto all’accordo sul nucleare del 2015, ai tempi raggiunto sotto la presidenza di Barack Obama, che lo stesso tycoon aveva affossato nel 2018 uscendone unilateralmente. Per quanto riguarda lo sblocco di Hormuz, il transito sarà gratuito solo per 60 giorni e l’accordo non escluderebbe l’introduzione di tariffe in futuro. La chiusura da parte dell’Iran dello Stretto, attraverso il quale prima dell’inizio della guerra transitava verso il mare aperto circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio, si è rivelata forse l’arma più potente di Teheran: ha fatto salire i prezzi globali del carburante, ha reso più costosi generi alimentari e altri beni di prima necessità come i fertilizzanti e ha contribuito a spingere l’inflazione Usa al 4% in vista delle elezioni di medio termine di quest’autunno. La sospensione delle sanzioni sul petrolio è per Teheran una boccata d’ossigeno: l’anno scorso l’Iran ha ricavato circa 45 miliardi di dollari dalle vendite di petrolio, tuttavia aveva un solo acquirente principale, la Cina, e ha dovuto spedire il proprio greggio tramite una flotta ombra di petroliere per eludere le sanzioni, con conseguente erosione dei profitti; sotto il blocco in vigore da aprile le sue esportazioni si sono invece quasi completamente arrestate; ma grazie alla deroga l’Iran potrà probabilmente trovare più acquirenti e vendere il proprio petrolio a prezzi di mercato più elevati. Ritirandosi 8 anni fa dal precedente accordo nucleare Trump lo aveva definito “il peggior accordo di sempre”, sostenendo che garantisse all’Iran un enorme guadagno inaspettato. L’intesa provvisoria siglata nelle scorse ore, tuttavia, delinea incentivi ancora più vantaggiosi per l’Iran qualora raggiungesse un nuovo accordo con gli Stati Uniti sul proprio programma nucleare. Uno di questi è l’eventuale revoca di tutte le sanzioni internazionali, che sembrerebbe andare oltre l’accordo del 2015. Tale accordo aveva revocato le sanzioni relative al programma nucleare iraniano, ma ne aveva mantenute in vigore altre a causa di quelle che gli Stati Uniti sostenevano fossero il sostegno di Teheran al terrorismo e le violazioni dei diritti umani. E l’intesa promette appunto un fondo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e, durante i negoziati, lo sblocco di miliardi di dollari di beni iraniani detenuti all’estero. L’amministrazione Trump ha affermato che i suoi obiettivi di guerra erano quelli di “annientare” l’arsenale missilistico dell’Iran, “interrompere il suo sostegno” ai gruppi alleati nella regione, “annientare la sua marina” e garantire che non acquisisca mai un’arma nucleare. Si ritiene che le sette settimane di bombardamenti statunitensi e israeliani abbiano gravemente danneggiato l’arsenale missilistico e gli impianti di produzione dell’Iran, nonché altre parti delle sue forze armate, ma non si sa con quale gravità e l’Iran ha continuato a sparare contro Israele ancora la scorsa settimana. Nel frattempo, i legami dell’Iran con i suoi gruppi militanti alleati – Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e le milizie sciite in Iraq – sembrano più forti che mai. L’accordo prevede la fine della guerra in Libano, dove Israele sta combattendo contro Hezbollah, tuttavia Israele e Hezbollah non sono parti dell’accordo. L’Iran insiste che Israele debba ritirarsi dall’ampia fascia del Libano meridionale che occupa da marzo, ma l’accordo provvisorio non lo richiede esplicitamente e si limita ad affermare l’impegno a garantire “l’integrità territoriale” del Libano. Israele ha promesso di mantenere le proprie truppe nella zona, mentre Hezbollah afferma di essere determinato a resistere a Israele “fino al raggiungimento del ritiro completo”. Se i combattimenti dovessero intensificarsi, ciò potrebbe far deragliare l’accordo fra Stati Uniti e Iran, a meno che i due Paesi non riescano a tenere a freno i rispettivi alleati. Israele è stato escluso dai negoziati con l’Iran, e gli israeliani di ogni orientamento politico hanno definito l’accordo un disastro, rivolgendo la loro ira contro il primo ministro Benjamin Netanyahu. Trump, nel frattempo, è diventato sempre più caustico nel manifestare il proprio disappunto nei confronti di Netanyahu, che si trova in una situazione precaria in vista delle elezioni nazionali previste per la fine dell’anno. Il suo rapporto con Trump potrebbe costringerlo a ridimensionare una campagna militare in Libano che gode di ampio sostegno in Israele.
