di Luca Ciarrocca (*)
Trump cercava la resa di Teheran. Ha ottenuto la propria. Per l’America, è il peggior fallimento strategico-militare degli ultimi decenni.
Aveva promesso fuoco, fiamme e il rovesciamento del regime iraniano. Invece, come ampiamente previsto da chiunque abbia mai aperto un libro di storia mediorientale, Donald Trump è rimasto col cerino in mano. Tre mesi fa, a fine febbraio, gli Usa e Israele hanno iniziato a scaricare bombe sull’Iran con l’illusione di azzerare il programma nucleare e far sfilare la democrazia a Teheran. Oggi, dopo aver preso sberle a destra e a manca, e speso miliardi, l’uomo di Mar-a-Lago mendica un “memorandum di Pace” che ha tutta l’aria di una sconfitta strategica senza precedenti.
Il piano del Pentagono – guidato dal tatuato ed esaltato Ministro della Guerra Pete Hegseth – era velleitario fin dall’inizio: ammazzare Ali Khamenei, mandare avanti le truppe curde a invadere il Paese e magari riesumare dal sarcofago l’ex presidente negazionista Ahmadinejad per metterlo a capo del nuovo governo fantoccio. Roba che neanche nei peggiori bar di Caracas. Risultato? Gli ayatollah sono più compatti di prima, il popolo iraniano – atterrito dai massacri – se n’è guardato bene dal fare la rivoluzione conto terzi, e l’America si è schiantata contro il muro della realtà.
La vera perla strategica del Comando Centrale agli ordini di Hegseth, però, è stata sottovalutare lo Stretto di Hormuz. I Guardiani della Rivoluzione, che le esercitazioni su questo scenario le facevano da anni, lo hanno ovviamente sigillato, strozzando i rifornimenti energetici mondiali. E ora lo ha capito perfino Meloni – super trumpiana fino a un minuto fa – che il duo Trump-Hegseth è un flagello per l’economia, le famiglie e le imprese. Di colpo, a Washington è scoppiato il panico. Il presidente, terrorizzato dal crollo dei consensi per il caro benzina (è al minimo storico nei sondaggi e perderà le elezioni di metà mandato), ha iniziato a fare il pianto greco su Truth Social annunciando un fantomatico e imminente accordo per riaprire lo Stretto.
Le condizioni dell’accordo confermano che l’Iran, resistendo, ha ricordato al mondo che millenni di storia non possono essere “obliterati” da una superpotenza guerrafondaia. Mentre qualcuno di nome Bibi a Tel Aviv – massacratore di 75.000 palestinesi e invasore di territori altrui – già si vede detronizzato alle elezioni di ottobre. Una resa incondizionata spacciata per trionfo diplomatico. Teheran incassa lo sblocco di miliardi in asset congelati, fondi che torneranno utili ai suoi alleati regionali. E il nucleare, il vero pretesto dichiarato della guerra? Intatto. Gli ayatollah si tengono stretti i loro 440 chili di uranio arricchito, nessuno smantella niente, al massimo un vago impegno a “discuterne in futuro”.
Masochismo americano all’ennesima potenza: ovvio che l’accordo firmato da Barack Obama nel 2015 era migliore. Le agenzie di stampa iraniane già sbertucciano Trump dicendo che lo Stretto resta roba loro. E The Donald che fa? Straparla di un Iran che “forse” entrerà negli Accordi di Abramo con Israele. Fantageopolitica pura per coprire il disastro.
Il bilancio è quello che è: una guerra costata agli americani decine di miliardi, oltre 1.800 civili iraniani morti, un regime che ne esce rafforzato nella sua narrazione interna e che continuerà a usare il pugno di ferro con i suoi cittadini. Insomma, la guerra lampo per piegare il nemico si è rivelata per l’America del presidente Maga il più clamoroso autogol strategico-militare degli ultimi decenni.
Israele, con il super-sionista Netanyahu che Trump ha assecondato fino in fondo e che sperava di far fare il lavoro sporco all’America, ora suda freddo. La grande stampa libera, ovviamente, stende un velo pietoso e parla di “patti” e “memorandum”. La regola aurea non cambia mai: se bombardiamo a vuoto, è strategia per la libertà, se scappiamo a gambe levate regalando miliardi al nemico, è la saggia via della pace.
(*) Giornalista e scrittore
