di Giulia Rocchetti
Se le tensioni tra Iran e Israele dovessero estendersi allo Stretto di Hormuz, per la Turchia il conto potrebbe arrivare fino a 14 miliardi di dollari. È la stima del think tank energetico Ember, che in una nuova analisi ha provato a quantificare l’impatto che una crisi nel principale corridoio energetico del Golfo avrebbe su uno dei Paesi più dipendenti dalle importazioni di petrolio e gas della regione.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta infatti uno dei principali corridoi energetici del pianeta. Attraverso questo passaggio transitano ogni giorno grandi quantità di petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dai Paesi del Golfo. Qualsiasi minaccia alla navigazione o alla sicurezza della rotta tende a riflettersi immediatamente sui mercati internazionali dell’energia, provocando rialzi dei prezzi che colpiscono soprattutto gli Stati importatori.
La Turchia rientra tra questi. Pur avendo incrementato negli ultimi anni la produzione da fonti rinnovabili e sviluppato nuovi progetti energetici, il Paese continua a dipendere in misura significativa dalle importazioni di combustibili fossili. Petrolio e gas restano infatti elementi centrali per il funzionamento dell’economia nazionale, dai trasporti all’industria fino al riscaldamento delle abitazioni.
L’analisi di Ember evidenzia come la parte più consistente della spesa energetica turca non sia legata alla produzione di elettricità, ma ai consumi diretti di combustibili fossili nei diversi settori economici. Nel 2025 il trasporto su strada ha rappresentato da solo circa un terzo dell’intera bolletta energetica del Paese. Industria, settore residenziale e produzione di energia elettrica hanno invece inciso ciascuno per circa il 16%.
Si tratta di dati che mostrano come gli effetti di eventuali aumenti del prezzo del petrolio e del gas non si limiterebbero alle bollette energetiche. Un rincaro delle importazioni avrebbe infatti ripercussioni sulla logistica, sui costi industriali, sui trasporti in un paese che ha già sperimentato le conseguenze economiche delle oscillazioni dei prezzi energetici internazionali e in cui l’inflazione è già alle stelle. Secondo Ember, tuttavia, esistono margini per ridurre questa esposizione nel medio e lungo periodo: «Accelerare l’elettrificazione pulita nei settori di utilizzo finale come i trasporti e le abitazioni potrebbe ridurre in modo permanente la domanda di combustibili fossili e i costi di importazione» ha dichiarato Bahadır Sercan Gumuş, analista dell’organizzazione.
Per Ember, la questione non riguarda soltanto gli obiettivi climatici. La diffusione di tecnologie elettriche alimentate da fonti rinnovabili viene presentata anche come uno strumento per rafforzare la sicurezza energetica del Paese e limitare la dipendenza da mercati internazionali caratterizzati da forte instabilità. Uno degli esempi citati riguarda il settore automobilistico. Negli ultimi anni la Turchia ha investito nella mobilità elettrica e nello sviluppo di una propria industria nazionale del comparto. Secondo lo studio, ulteriori progressi potrebbero tradursi in risparmi significativi sulle importazioni energetiche: «In Turchia, ogni milione di auto elettriche in circolazione eviterebbe importazioni di combustibili fossili per un valore di circa 900 milioni di dollari all’anno», ha spiegato Gumuş. La stima assume particolare rilevanza in un Paese dove il trasporto su strada rappresenta la voce più importante della bolletta energetica complessiva. Ridurre il consumo di carburanti fossili nel settore dei trasporti significherebbe quindi incidere direttamente sulla principale fonte di spesa energetica nazionale.
Un secondo ambito individuato da Ember è quello del riscaldamento domestico. Anche qui il peso del gas naturale rimane elevato, soprattutto nelle aree urbane. «Allo stesso modo, sostituire il gas con pompe di calore per il riscaldamento degli ambienti e dell’acqua in appena il 10 per cento delle abitazioni ridurrebbe le importazioni di energia di circa 1 miliardo di dollari all’anno» ha aggiunto l’analista.Le pompe di calore sono considerate una delle tecnologie più efficienti per ridurre il consumo di combustibili fossili negli edifici. La loro diffusione, secondo Ember, potrebbe contribuire a diminuire la dipendenza energetica del Paese e a contenere l’impatto economico delle future crisi internazionali. Per Ankara, impegnata da anni a ridurre il peso della bolletta energetica sulle finanze pubbliche e sulla bilancia commerciale, una nuova crisi nel Golfo rappresenterebbe dunque non solo un problema geopolitico, ma anche una minaccia diretta per un’economia che continua a dipendere in larga misura dai combustibili fossili importati.
