di Giuliano Longo (*)
Alle 23:59 di ieri il G7 era ancora una foto: Trump sorridente al Grand Trianon, ma alle 00:03 di oggi è I suo sorriso si è tramutato in una firma, nero su bianco.
La dichiarazione congiunta USA-G7 firmata da Trump contiene tre cose fondamentaqli: la data 30 giugno perchè Putin decida, sanzioni secondarie “automatiche” su chi compra petrolio russo incluse India e Cina, “aspettativa” di incontro Zelensky-Putin entro 15 luglio.
A Versailles le tre ipotesi di ieri diventano oggi tre fatti
Primo, le sanzioni non sono più minaccia ma conto alla rovescia: 30 giugno ore 23:59, poi scattano misure su energia, banche, produzione militare. Trump ha accettato di legarsi le mani togliendosi la discrezionalità. Per un presidente che ha fatto della flessibilità il suo marchio è un passo enorme. Mosca lo sa e tace perché non può più convincere Trump a non farle edeve convincerlo a violare una firma multilaterale. Passo molto più difficile.
Secondo, il contenuto si è spostato da Trump al G7: ieri negoziava, oggi ha firmato anche un “incontro Zelensky-Putin”. Che è meno di quato volevano gli E3 di Francia Gernmania e Regno Unito, ma è più di tutto quello che Trump ha detto finora.
Se Putin dice no a Trump – davanti a Macron, Merz, Starmer – perde la sua narrazione del “tratto solo con Washington”. Se invece dice sì, entra in un processo che l’Europa controlla imponedo le sue condizioni – tregua immediata, nessuna concessione territoriale e forza militare di interposizione.
Terzo, il canale diretto Trump-Putin adesso ha una scadenza: ieri il telefono era tavolo senza orologio, oggi l’orologio è il tavolo. Trump può parlare quanto vuole, ma il 30 giugno deve portare un risultato o attivare quelle sanzioni che lui stesso ha firmato. Questo spiega il silenzio di Mosca che sta testando se Trump molla prima, come con l’Iran e aspettare che – sotto pressione interna – conceda deroghe all’ultimo minuto. Ma stavolta ha firmato con 6 altri leader.e tornare indietro costa di più.
Le conclusioni sono scomode per tutti.
L’Europa hanno ottenuto di legare Trump al tavolo. Ha firma,data e sanzioni, ma ha perso l’esclusiva sul processo guadagnando Washington dentro al meccanismo. Von der Leyen può dire “Russia’s fatigue is openly showing, time to double down” perché ora ha gli USA che spingono invece di frenare.
Trump ha guadagnato 13 giorni di consenso globale al prezzo di una firma. Se il 30 giugno Putin cede, Trump si prende il merito di “pacificatore che ha piegato Mosca senza sparare”. Se Putin non cede, Trump deve scegliere tra due mali: sanzioni durissime che alzano il prezzo del petrolio e l’inflazione interna, o marcia indietro che lo farà sembrare debole davanti all’ Europa e alla sua base MAGA. A questo puto non è più padrone del gioco, è prigioniero della sua firma.
Se prima qualche commentatore anche statunitense prevedeva “Trump dirà sì in pubblico poi dirà che non è vincolato” dalla mezzanotte si invece vincolato, eccome! Putin invece ha perso la libertà di ignorare l’Europa. Fino a ieri trattava solo con Trump, oggi deve trattare con un orologio firmato da Trump più G7.
Il silenzio di Mosca è l’unica mossa: non commentare il testo, alzare il costo sul campo, sperare che Trump ceda prima del 30 giugno. Mosca scommette che l’America sceglierà il petrolio a costi più bassi rispetto alla estensione delle sanzioni. Ma già da tempo I media russi insistono sul fatto che Donald non è poi così tanto amico della Russia.
Zelensky ha ottenuto l’unanimità G7 – la “Russia non vince” la promessa di più difese aeree, più intrhgrazione con le industrie occidentali della Difesa , ma ha messo la sua credibilità nelle mani di Trump: se il 30 giugno non ci sarà il cessate il fuoco dovrà spiegare ai suoi perché ha creduto a quwlla firma.
Dall’Occidente reazioni sono immediate
L’agenzia Reuters titola “G7 agreed Russia is not winning war, discussed more sanctions” con Zelensky che dice “We had unanimity: Russia must make a deal as quickly as possible”. Il Financial Times parla del momento di Trump” , il Wall Street Journal è più freddo: “Trump firma per non rompere il tavolo, ma il tavolo resta europeo”.
I mercati asiatici alle due di questa notte hanno aperto in calo a Singapore e Mumbai: i trader disdicono contratti sul petrolio russo perché la parola “automatico” fa paura più di “valuteremo”.
Mosca risponde dal fronte
Droni e missili su Kyiv e Kharkiv, 10-11 morti, con un attacco partito poche ore dopo la call Trump-Putin di domenica. Zelensky accusa mosca di “cinismo”,mentre l’esercito russo annuncia l’occupazione di Mayachka 2 km dentro Dnipropetrovsk e l’acccrchiamento di Konstantinovka accerchiata. Chiaro il tentativo di dimostrare che l’affermazione di Zelnsky – condivisa dagli europei – che il conflitto sta subendo una svolta a favore di Kiev, è solo una boutade di Volodia giusto in vista del G7.
Dal Cremlino la consueta dunque la consueta dottrina “freeze”: non dare fiato al documento del G7, alzare il costo del conflitto anche per l’Occidente, finché Trump non cede. Non a caso i media russi prima di Verasilles scrivevano “lo spirito di Anchorage è morto, l’operazione militare deve continuare”. Il silenzio di oggi è la prosecuzione di questa linea.
Versailles non è più una foto di gruppo, ma un “Test”.
Alle 00:03 Trump ha messo la penna sul foglio e ha solo13 giorni per farla rispettare, Mosca nelle ultime 12 ore ha scelto silenzio diplomatico e il rumore militare: non commenta il documento di Evian e bombarda Kyiv; non rifiuta l’incontro ma continua ad occupare territori e scommette che Trump, tra inflazione USA ed elezioni di midterm del 2026, concederà deroghe sul petrolio a India e Cina.
Se lo fa torniamo alla “Illusion” e la firma di mezzanotte vale carta straccia. Se non lo fa, Versailles diventa il punto di svolta e dal 1° luglio Putin deve scegliere tra economia in apnea – che lui nega – oppure aprire il tavolo con Zelensky, a questo punto sostenuto da tutto l’Occidente.
(*) Analista geopolitico ed esperto di relazioni internazionali
