Cronaca

Milano: testimoni a processo per Cpr, girone infernale con un fiocco per ogni impiccagione

“Fiocchi appesi”. Ognuno a simboleggiare un “tentavo di impiccagione”. La fotografia di cos’era e forse è ancora (“non è cambiato nulla”) il Centro di permanenza per il rimpatrio di migranti irregolari Milano, la scatta Teresa Florio. È una delle attiviste dell’associazione di volontariato Naga e della rete ‘Mai più Lager – No Cpr’ che con i loro dossier hanno convinto la Procura di Milano a indagare e portare a processo la gestione del Cpr di via Corelli sotto la gestione della Martinina srl. L’accusa, ormai in capo alla sola Consiglia Caruso, madre dell’allora amministratore della società che aveva vinto l’appalto della Prefettura di Milano, Alessandro Forlenza che ha patteggiato una condanna a 2 anni e 3 mesi, è di frode in pubbliche forniture e turbativa d’asta. Reati contro la pubblica amministrazione. L’inchiesta della guardia di finanza con i pm Paolo Storari e Giovanna Cavalleri, che a dicembre 2023 ha portato a commissariare il centro per un anno, e i racconti resi in aula dai testimoni parlando invece di “condizioni disumane” a cui venivano sottoposti gli stranieri.
“Non riuscivo più a dormire perché ogni notte la polizia veniva a prendere qualcuno alle 3-4 del mattino, allora prendevo il Valium. Il dottore lo dava a qualunque persona stesse male. Sono medicine psichiatriche con cui la gente cambia”, dice alla giudice Giovanna Taricco, un ex detenuto nel centro per 3 mesi. “Sono rimasto scioccato da quel momento lì. La gente si tagliava con le lamette della Gilette, ho fatto i video”. “Si impiccavano”, rincara. Florio, che è entrata nel Cpr con l’ex senatore Gregorio De Falco, parla di “un girone infernale, i moduli abitativi sono sporchi, bagni incrostati da anni. Abbiamo i video di piccioni che mangiano nella sala mensa. Quando siamo entrati i detenuti hanno preso delle magliette per pulire i tavoli dagli escrementi degli uccelli e farci sedere. Non gli lasciavano tenere i detersivi per paura che li ingerissero”. Il cibo? “Maleodorante” e conservato in un “magazzino” non refrigerato assieme agli “effetti personali” dei trattenuti. In una sola sera c’è stata “un’intossicazione alimentare” che ha colpito “30 persone” dice rispondendo agli avvocati Eugenio Losco, Mauro Straini, Enrico Belloli e Maria Pia Cecere, parte civile per conto di 2 migranti e delle associazioni Naga e BeFree. Dei bagni “mi ha colpito che non avevano le porte”.
Un passaggio della testimonianza riguarda quello che la Procura ha definito “uso smodato”, “costante e indiscriminato” delle benzodiazepine e degli psicofarmaci per sedare gli stranieri. Secondo un infettivologo specializzato in medicina detentiva e delle migrazioni che ha visitato il Cpr assieme agli inquirenti, i tranquillanti sarebbero stati “l’unico modo per gestire le criticità sanitarie” anche “senza necessità terapeutiche”. Non viene fatto alcun “accertamento di tipo psichiatrico” prima di autorizzare gli ingressi, riferisce l’attivista del Naga. Ci sono dei video che mostrano persone intente a “mangiare” e poi “crollare con la testa sul piatto”. Al centralino telefonico predisposto dagli attivisti “continuavano a chiamare in preda a deliri. Uno leccava le porte e si arrampicava sulle finestre”. L’ultimo capitolo riguarda le attività ricreative che, secondo il capitolato del Ministero dell’Interno e il bando di corso Monforte, avrebbero dovuto essere assicurate dagli enti gestori per la gara da oltre 4 milioni di euro. “Forse per un periodo hanno avuto il pallone – conclude Florio -. C’era una scacchiera incisa sul tavolo della mensa e un mazzo di carte. Nessun luogo di culto e per pregare erano stato messi due tappetini davanti ai bagni”.
(*) La Presse

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