Condannare all’ergastolo Renato Curcio e Mario Moretti e a 21 anni di reclusione Lauro Azzolini. Sono le richieste della Procura di Torino al termine del processo per omicidio volontario pluriaggravato con finalità terroristiche agli ex appartenenti alle Brigate rosse per l’uccisione dell’appuntato dei carabinieri, Giovanni D’Alfonso, avvenuta il 5 giugno 1975 a Cascina Spiotta, nell’Alessandrino. Il pubblico ministero Emilio Gatti ha concluso la requisitoria davanti alla Corte d’assise di Alessandria, chiedendo la pena massima per i due ex capi storici dell’organizzazione armata mentre ha chiesto di riconoscere le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti per Azzolini difeso dall’avvocato Davide Steccanella, che nel corso del dibattimento ha confessato e ammesso la sua presenza durante il sanguinoso conflitto a fuoco fra brigatisti e uomini dell’Arma giunti ad Arzello di Melazzo per liberare con un blitz l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato a scopo di “autofinanziamento” e indicato come “finanziatore delle squadracce fasciste dell’astigiano”. A Curcio e Moretti, che invece non hanno parlato a processo, viene contestato di aver deciso e ordinato il sequestro a scopo di estorsione e aver fornito le direttive di ingaggiare il conflitto a fuoco “per rompere l’accerchiamento” in caso di avvistamento del “nemico”, come recita il ‘Giornale delle Brigate Rosse Lotta Armata per il Comunismo’ sequestrato a un militante milanese il 20 ottobre 1975. Il giorno dell’omicidio a terra rimase anche Margherita ‘Mara’ Cagol, la moglie del fondatore dell’organizzazione rivoluzionaria armata, Renato Curcio, uccisa in circostanze mai chiarite e gravemente feriti il tenente Umberto Rocca (che perse un braccio e un occhio) e il maresciallo Rosario Cattafi. Illeso l’appuntato Pietro Barberis. I tentati omicidi non fanno però parte delle accuse per intervenuta prescrizione a 51 anni di distanza dai fatti.
