Economia e Lavoro

Intelligenza artificiale: «È una bolla pronta a esplodere»

 

Ecco cosa dice Michael Burry, il gestore di hedge fund reso celebre dal film “La grande scommessa”.

 

di Luca Ciarrocca (*)

 

Michael Burry, il gestore di fondi speculativi reso celebre dal film La grande scommessa, previde e puntò contro la bolla dei mutui subprime alla vigilia della crisi del 2008.

Oggi, su Substack, avverte: «La storia non è una guida perfetta, ma vedo così tanti indicatori, sia tecnici che fondamentali, allinearsi verso la stessa conclusione… È una bolla speculativa, pura e semplice». La bolla, oggi, ha un nome preciso: intelligenza artificiale. A confermarlo è la quotazione record di SpaceX, che ha fatto di Elon Musk il primo trilionario della storia con un patrimonio stimato in 1.300 miliardi di dollari, più del Pil di quasi tutti i paesi del mondo.

Volatilità e rischi

Burry ha compagnia. Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, è altrettanto esplicito: «La concentrazione economica e di mercato si trova in un unico nuovo settore, altamente volatile e rischioso — l’IA — ed è super-popolare tra gli investitori non sofisticati… è la classica materia di cui sono fatte le bolle».

Uno studio di Janus Henderson, tra i maggiori gestori globali, fotografa l’inquietudine generale: su mille investitori benestanti statunitensi interpellati a marzo, oltre due terzi temono una bolla dell’Ia o una correzione a Wall Street entro l’anno. C’è però anche la faccia buona del sondaggio, il 61 per cento si aspetta un impatto positivo nel lungo periodo. Molti la vedono come una rivoluzione vera, più dirompente di internet, e pensano che i mercati ancora non ne valutino la portata. Morningstar calcola che, malgrado le azioni Nvidia siano cresciute di oltre il 1.000 per cento in cinque anni, il settore resti sottovalutato di un quinto.

Lo scenario muta a gran velocità. Le “Magnifiche Sette” (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta, Tesla) valgono oggi in Borsa circa 22 mila miliardi di dollari, più della ricchezza prodotta in un anno dall’Unione europea, visto che il Pil dei 27 paesi Ue nel 2025 è stato di 19,5 mila miliardi. Sette aziende pesano più di un intero continente. Per anni questi giganti, guidati dai tecno-oligarchi americani, hanno accumulato montagne di denaro grazie a modelli d’impresa imbattibili.

Oggi i maggiori tra loro — Alphabet, Microsoft, Amazon e Meta — per costruire i centri dati che alimenteranno l’IA, investono cifre astronomiche, stimate in 815 miliardi entro il 2027. Una scommessa che taglierà del 70% il loro flusso di cassa «libero», ovvero i profitti che restano dopo gli investimenti. L’ondata di denaro su tecnologia, sistemi e infrastrutture per l’IA è gigantesca: pesa per circa il 7 per cento sul Pil degli Stati Uniti. Alcuni analisti la paragonano alla quota che precedette la bolla immobiliare del 2007, e la mettono addirittura sopra quella delle dot-com di fine anni Novanta. Entrambi quei picchi sfociarono in mercati ai massimi, e poi in crolli devastanti di Wall Street.

SpaceX, quanti trilioni

In questo scenario le grandi aziende tech immettono sul mercato quantità iperboliche di nuove azioni. Simbolo di questa frenesia resta SpaceX. È facile irridere le proiezioni di Goldman Sachs e Morgan Stanley grazie a cui l’azienda di Musk ha raccolto 75 miliardi nella più grande Ipo (quotazione iniziale) di sempre: «un mercato delle sensazioni» — qualcuno lo ha definito — in cui gli investitori hanno accettato, perlopiù su fiducia e carisma di Elon, una valutazione di 1.800 miliardi per un gruppo che brucia cassa — 4,9 miliardi nel solo 2025 e 41,3 dal 2002 — senza aver mai chiuso in utile. Eppure, la reazione del mercato nei prossimi mesi avrà implicazioni ben più ampie.

La crescita promessa da SpaceX nasce dalle sue attività legate all’intelligenza artificiale. Lasciamo da parte il marketing sulla colonizzazione di Marte, quando nemmeno la Luna è in vista, l’unico segmento redditizio dell’azienda è Starlink, con i suoi 10.400 satelliti. L’Ipo però vale come anteprima di ciò che attende OpenAI di Sam Altman (ChatGPT) e Anthropic di Dario Amodei (Claude), pronte a quotarsi nei prossimi mesi con valutazioni «monstre» intorno ai mille miliardi ciascuna.

Entrambe hanno modelli di IA migliori rispetto a quelli di Musk, un profilo pubblico del fondatore meno polarizzante e privo di eccessi mediatici (ketamina, braccio teso nazi), e ricavi superiori a xAI, che perde miliardi. Tutte però lavorano nello stesso settore, ricco e innovativo, per giustificare i prezzi delle azioni.

Spencer Jakab, editorialista del Wall Street Journal, pensa che queste quotazioni gonfieranno ancora un mercato già sbilanciato sulla tecnologia: le prime dieci aziende dello S&P 500 sono quasi tutte tech, e valgono insieme quasi il 40 per cento dell’indice. Cifre che confermano gli squilibri in corso.

«Quando le acque si saranno calmate — dice Jakab — e se diamo retta a tutti gli impegni presi, saranno stati investiti migliaia di miliardi. È più di quanto stanziato per internet, più che per le ferrovie. È più di qualsiasi grande infrastruttura. È più del progetto Apollo per arrivare sulla Luna. Ci avviciniamo a cifre paragonabili a quelle della Seconda Guerra Mondiale per sconfiggere il fascismo. Parliamo di questo livello di investimenti».

La grande svolta

L’entusiasmo nasce dall’idea diffusa tra gli investitori della «prossima grande svolta». È giusto però guardare a come sono andate in passato le tecnologie che hanno cambiato il mondo. «Ogni mania, ogni bolla comincia di solito con qualcosa di reale», spiega Jakab. «Le ferrovie, la radio, internet: tecnologie dall’effetto davvero trasformativo. La gente si entusiasmò.

C’erano società quotate in quei settori. E di quelle entrate per prime, solo una, due, forse tre hanno finito per essere solide e redditizie, a conti fatti. E sono sopravvissute». Il potenziale resta immenso, come le incognite: puntare tutta la posta espone al rischio di tracolli rovinosi, restarne fuori — il cosiddetto FOMO (Fear Of Missing Out), la paura di rimanere esclusi — fa perdere uno dei più grandi balzi borsistici della storia.

Anche Paul Tudor Jones, miliardario dei fondi speculativi, ha definito alla CNBC questo boom dell’Ia un «periodo folle, folle». «Se devo scegliere un momento, abbiamo ancora un anno o due di corsa… ma guardando i multipli, gli utili e tutto il resto, siamo più o meno dove eravamo a ottobre o novembre del 1999», ha detto. Il Nasdaq toccò il picco delle dot-com nel marzo del 2000. Accadde appena cinque mesi più tardi.

Crollerà, allora? La tecnologia è reale e fa cose fantastiche, la domanda vera riguarda le quotazioni di questi campioni dell’intelligenza artificiale.

Le valutazioni di oggi scontano un futuro perfetto, ricavi in crescita e profitti che si materializzano con regolarità, per ripagare ogni miliardo investito. I profitti, come accadde con le ferrovie e con internet, arriveranno in ritardo. Il giorno in cui la spesa colossale nei data center smetterà di trasformarsi in utili, e il flusso di cassa si prosciugherà, le nuove azioni non troveranno più compratori a prezzi così gonfiati.

Allora Wall Street andrà giù, la correzione sarà inevitabile. La rivoluzione sopravvivrà. Gran parte di chi è entrato all’apice, no.

(*) Giornalista e scrittore

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