Dalla Corte Suprema a maggioranza conservatrice è giunta nell’ultima giornata di questa sessione una pesante sconfitta per Donald Trump. Tre giudici conservatori – il presidente della Corte John Roberts, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett – si sono unti alle tre giudici di orientamento progressista – Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson – nel bocciare l’ordine esecutivo col quale il presidente aveva ristretto radicalmente l’interpretazione del diritto di cittadinanza per nascita, lo ius soli. Il provvedimento, firmato nel primo giorno del ritorno di Trump alla Casa Bianca, stabiliva che i figli nati da persone presenti negli Stati Uniti illegalmente o temporaneamente non fossero cittadini americani.
Nella decisione, i giudici si sono basati su un’interpretazione ormai consolidata del 14° Emendamento – adottato dopo la Guerra Civile – e su leggi federali più recenti, stabilendo che chiunque nasca nel Paese è cittadino, salvo limitate eccezioni. Le restrizioni volute da Trump erano state bloccate da diversi tribunali di grado inferiore e non erano mai entrate in vigore. L’esito rappresenta un’altra grave sconfitta presso l’Alta Corte per il tycoon, che a febbraio aveva già visto bloccare i suoi dazi globali. Trump ha definito la decisione “un male per il nostro Paese” e ha erroneamente suggerito che il Congresso possa porvi rimedio “facilmente” attraverso un intervento legislativo. La decisione della Corte si fonda su basi costituzionali; per superarla sarebbe necessario un emendamento. Durante le udienze di aprile, sia i giudici conservatori che quelli liberali avevano messo in dubbio la legittimità dell’ordine, in un caso di grande rilevanza reso ancora più eclatante dalla presenza senza precedenti di Trump in aula.
Pur sconfitto nella partita principale, il presidente ha potuto comunque incassare due “vittorie” dalla Corte: la conferma del divieto per le atlete transgender a partecipare alle competizioni sportive femminili; e lo stop ai limiti di spesa per le campagne elettorali per il congresso e la Casa Bianca. Una decisione, quest’ultima, che inciderà sull’andamento delle elezioni di midterm di novembre. Lunedì, la Corte aveva anche dato ragione a Trump riguardo alle sue prerogative presidenziali, riconoscendo il diritto del presidente (e dei presidenti futuri) di poter licenziare gran parte dei funzionari delle autorità di regolamentazione indipendenti. La Corte, in un caso particolare, aveva però imposto lo stop al licenziamento della governatrice della Federal Reserve Lisa Cook, che Trump voleva rimuovere. Bocciata anche la richiesta del tycoon di riesaminare la sentenza civile che lo ha condannato al pagamento di 5 milioni di dollari, per gli abusi sessuali (a metà degli anni ’90) e la diffamazione ai danni della giornalista E. Jean Carroll. Trump ha sempre negato ogni accusa.
