di Michele Rutigliano (*)
Le recenti tensioni tra il presidente americano Donald Trump e alcuni partner europei hanno riportato alla ribalta una questione destinata ad accompagnare il futuro dell’Occidente: l’Europa può continuare ad affidare la propria sicurezza quasi esclusivamente agli Stati Uniti oppure è arrivato il momento di assumere maggiori responsabilità? La Nato nacque nel 1949, sulle macerie della Seconda guerra mondiale, per garantire la difesa collettiva delle democrazie occidentali contro la minaccia sovietica. Il principio dell’assistenza reciproca, sancito dall’articolo 5 del Trattato di Washington, trasformò l’Alleanza Atlantica nel principale baluardo della pace europea durante tutta la Guerra Fredda. Pochi anni dopo, nel 1954, si tentò addirittura di costruire una Comunità Europea di Difesa, un progetto lungimirante che avrebbe dato all’Europa un proprio esercito comune. Quel disegno non vide mai la luce, ma già allora alcuni grandi statisti avevano compreso che l’integrazione economica, senza una progressiva integrazione politica e della sicurezza, sarebbe rimasta incompleta. Per molti decenni questa riflessione è rimasta sullo sfondo. L’aggressione della Russia contro l’Ucraina ha però riaperto il dibattito, ricordando all’Europa che la pace non può mai essere considerata una conquista definitiva.
La difesa del XXI secolo non coincide con il solo riarmo
Oggi la sicurezza nazionale non si misura soltanto con il numero di soldati o di sistemi d’arma. Un attacco informatico può paralizzare reti elettriche, ospedali, aeroporti e istituzioni pubbliche. La disinformazione può alterare il confronto democratico. I satelliti, l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza, la protezione delle infrastrutture strategiche e il controllo dello spazio rappresentano ormai componenti essenziali della difesa. Naturalmente servono forze armate efficienti, moderne e credibili. La capacità di deterrenza resta un elemento indispensabile per scoraggiare possibili aggressioni. Ma la sicurezza di una nazione dipende sempre di più dalla qualità della ricerca scientifica, dalla solidità dell’economia, dalla sicurezza energetica, dalla cooperazione tra i servizi di intelligence e dalla capacità delle istituzioni di reagire rapidamente alle nuove minacce. In questo contesto anche l’Europa è chiamata a rafforzare il proprio pilastro all’interno della NATO, condividendo in modo più equilibrato responsabilità, investimenti e capacità operative.
Più Europa nella Nato, più forza per la pace
Le divergenze emerse negli ultimi mesi tra Washington e alcune capitali europee dimostrano quanto sia necessario costruire un rapporto più maturo tra le due sponde dell’Atlantico. Un’Europa politicamente più forte non rappresenterebbe un’alternativa agli Stati Uniti, ma un alleato più autorevole e più affidabile. La vera sfida del nostro tempo consiste nel coniugare deterrenza e diplomazia. La forza militare rimane necessaria, ma deve sempre essere accompagnata dalla capacità di prevenire i conflitti, favorire il dialogo e costruire nuovi equilibri internazionali. La diplomazia continua ad essere la prima e più efficace forma di difesa. Per questo parlare oggi di una NATO più europea non significa mettere in discussione l’Alleanza Atlantica, ma completarne l’evoluzione. Significa riconoscere che, nel mondo multipolare del Terzo Millennio, l’Europa deve diventare non soltanto una grande potenza economica, ma anche un soggetto politico capace di contribuire direttamente alla sicurezza internazionale. È una riflessione che arriva da lontano. Dai padri dell’integrazione europea fino alle sfide poste dalla guerra in Ucraina, il filo conduttore è sempre lo stesso: un’Europa più unita rappresenta non un fattore di instabilità, ma una garanzia in più per la pace. Forse è proprio questa la lezione che il nostro tempo ci invita finalmente a raccogliere. E soprattutto a non dimenticarla in questi tempi di conflitti e guerre fratricide che noi europei speravamo di aver sepolto dopo i lutti e le tragedie della seconda guerra mondiale.
(*) Giornalista
