di Giuliano Longo (*)
Per oltre un decennio, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti erano visti come i due pilastri dell’ordine del Golfo Persico per legami di sangue, religione e una comune strategie per la stabilità del Medio Oriente e del Mar Rosso. Insieme, hanno schiacciato i movimenti islamisti, dominato i mercati petroliferi..
Ma Riyadh e Abu Dhabi, entrambi alleati degli Stati Uniti, tra il 2023 e il 2026 sono entrati in guerra per procura in Yemen e Sudan, un conflitto men che ibrido e culminato con gli attacchi aerei sauditi contro un porto che rifornisce le forze emiratiane.
Per la prima volta da decenni, i due stati più potenti del Golfo si sono ritrovati su fronti opposti di guerre civili , trasformandosi in rivali perché le loro priorità sono rivolte all’oro, ai porti, al petrolio e allo spazio geostrategico per il controllo delle risorse strategiche e dei corridoi attraverso il Mar Rosso, il Corno d’Africa, lo Stretto di Hormuz e la Penisola Arabica meridionale.
Aree di una enorme importanza per il reindirizzamento della catena di approvvigionamento globalii dopo il conflitto tra Russia e Ucraina, mentre la domanda di minerali essenziali – tra cui l’oro – e i punti marittimi di strozzatura hanno sostituito gli oleodotti come leva finanziaria..
Quando l’Arabia Saudita intervenne in Yemen nel 2015, gli Emirati erano il suo partner militare più fidato con forze militari efficaci, disciplinate e spietate, soprattutto nella lotta contro i gruppi jihadisti lungo la costa meridionale dello Yemen, ma già nel 2023, la coalizione ha iniziato a sembrare una finzione.
L’Arabia Saudita mirava uno Yemen unificato, debole e dipendente, ma intatto e gestibile poiché la frammentazione avrebbe minacciato la sicurezza dei suoi confini sauditi, incrementando flussi migratori e aumentato l’influenza sciita iraniana.
Per gli Emirati Arabi Uniti invece lo Yemen è diventato una scelta strategica per il controllo e l’influenza su Aden, Mukalla, Socotra, e quindi sulle rotte marittime del Mar Rosso e del Mar Arabico con relativo accesso a porti.
Il fattore trainante di questa strategia è stato il Consiglio di transizione meridionale (STC) nello Yemen frammentato tra i ribelli Houthi, il governo riconosciuto e le milizie meridionali.Nel 2024 esponenti sauditi avevano ammesso in privato che gli Emirati Arabi Uniti non si limitavano più a sostenere un alleato, ma stavano effettivamente ridisegnando a loro favore la mappa dello Yemen.
C’è poi Il Sudan che non è solo uno Stato fallito, ma è uno dei maggiori produttori di oro dell’Africa, una porta di accesso tra il Mar Rosso e il Sahel e un corridoio logistico che collega l’Africa ai porti del Golfo. Qui Abu Dhabi ha coltivato profondi legami con l’organizzazione paramilitare Rapid Support Forces (RSF) che controlla le miniere d’oro, le rotte del contrabbando e le zone di confine.
L’RSF offriva accesso diretto alle risorse senza burocrazia favorendo gli Emirati che esercitano la loro influenza attraverso milizie, reti logistiche e intermediari commerciali. Mentre Riyadh sostiene le Forze armate sudanesi (SAF), ma non per affetto, bensì per paura di perdere il controllo su quel devastato Paese.
Se i paramilitari sostenuti da protettori esterni sono riusciti a spartirsi il Sudan, cosa ha impedisce che lo stesso modello si diffonda anche nel Mar Rosso? Il Sudan è stato il primo chiaro segnale che Arabia Saudita ed Emirati sostengono fazioni opposte nella stessa guerra, con finalità incompatibili.
Sino a quando, lo scorso dicembre l’’intelligence saudita ha rintracciato una spedizione in arrivo al porto di Mukalla, nello Yemen orientale, un porto considerato fondamentale non solo per il commercio, ma anche per l’energia e la logistica militare.
Riad ha affermato che la spedizione conteneva armi e veicoli blindati destinati alle forze dell’STC yemenite. A rendere esplosivo questo sviluppo non è stata solo l’accusa, ma anche l’implicazione del sostegno degli Emirati a una forza separatista operante vicino ai confini sauditi mentre è in corso una fragile fase di de-escalation.
Dal punto di vista di Riyadh il limite era stato superato e l’aviazione saudita ha colpito il porto. Nel giro di poche ore dall’attacco, il governo yemenita, allineato con l’Arabia Saudita, ha chiesto a tutte le forze degli Emirati Arabi Uniti di ritirarsi immediatamente, sospendendo tutti gli accordi di difesa.
Abu Dhabi ha negato le accuse, ma il danno era fatto. Pochi giorni dopo, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato il ritiro delle truppe, mentre l’STC intensificava la sua spinta verso l’indipendenza dimostrando che l’Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non stavano più combattendo la guerra con un obiettivi comuni.
Yemen e Sudan non sono anomalie, ma gli esempi di una rivalità che coinvolge i porti del Mar Rosso, la cintura di risorse africane, le forze per procura con i protettori del Golfo e un confronto – anziché una guerra aperta- che indebolisce l’idea di un blocco unito dei Paesi Golfo, creando un’opportunità per l’Iran e la Turchia costringendo gli stati più piccoli del Golfo a proteggersi complicando i piani degli Stati Uniti.
L’accordo di mutua difesa strategica tra Pakistan e Arabia Saudita del settembre 2025 – seguito da una visita di tre ore di Sua Altezza lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan degli Emirati Arabi Uniti in India il 19 gennaio 2026 – testimonia come si vadano ri-organizzando le alleanze con ripercussioni sulla sicurezza delle rotte marittime e sulle risorse nella regione.
Il Medio Oriente sta entrando in un’era in cui gli alleati più ricchi si sfideranno come potenze di medie dimensioni, utilizzando capitali, milizie e logistica indebolendo quell’ordine della regione da cui sia la Russia che la Cina traggono silenziosamente vantaggio senza voler( o poter) intervenire direttamente su questo scenario.
Sia lo Yemen che il Sudan hanno messo in luce una verità che i leader del Golfo raramente ammettono pubblicamente: le alleanze nella regione durano solo finché gli interessi entrano in conflitto equando l’oro, i porti e la loro influenza entrarono in gioco.
La conclusione è che l’attuale conflitto tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti indebolirà la regione, rafforzerà le forze avversarie, prolungherà le guerre e inietterà volatilità economica in un Medio Oriente già turbolento. Per la regione, il costo non sarà solo una discordia diplomatica, ma un’erosione a lungo termine della stabilità e dell’autonomia strategica per tutta la Regione.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
