Medicina

Chetoacidosi diabetica: da accesso in ps a presa in carico territoriale del paziente

A Roma l’evento promosso da Italian Health Policy Brief

 

 

 

Roma. La chetoacidosi diabetica (Dka) rappresenta una delle complicanze acute più gravi del diabete e una delle principali cause di accesso al pronto soccorso per scompenso glicemico. Si tratta di una condizione potenzialmente fatale se non trattata tempestivamente, che può costituire la prima manifestazione di un diabete fino a quel momento non diagnosticato.

 

Tuttavia, gli episodi di Dka non sono limitati alla fase di esordio, ma possono verificarsi anche nel corso della vita delle persone, risultando particolarmente frequenti nei pazienti già diagnosticati ed in trattamento.

 

È in questo contesto che la rivista di politica sanitaria Italian Health Policy Brief ha promosso, con il contributo non condizionante di Abbott, un evento istituzionale presso la Fondazione Luigi Sturzo di Roma, con l’obiettivo di riunire istituzioni, mondo advocacy e società scientifiche coinvolte nella gestione della chetoacidosi diabetica: dalla medicina generale alla medicina d’urgenza, dall’endocrinologia alla diabetologia dell’adulto e pediatrica, fino alla medicina interna.

 

“La chetoacidosi diabetica- ha dichiarato in apertura dei lavori la senatrice Daniela Sbrollini, presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità, Diabete e Malattie Croniche non Trasmissibili- richiama l’attenzione sulla necessità di una sanità sempre più integrata, capace di accompagnare il paziente lungo tutto il percorso di cura e non soltanto nella fase acuta, costruire una rete efficace tra ospedale e territorio significa ridurre il rischio di complicanze e di nuovi ricoveri, migliorando la qualità dell’assistenza, la continuità territoriale e la sostenibilità del sistema sanitario”.

 

In Italia il diabete interessa circa 4 milioni di persone, pari a circa il 6% della popolazione e la gestione delle sue complicanze acute pone sfide cliniche e organizzative sempre più rilevanti per il Servizio sanitario nazionale.

 

In proposito, il professor Luca Degli Esposti, Chief Executive Officer CliCon, ha osservato che “la chetoacidosi diabetica (Dka) è una complicanza acuta e potenzialmente letale del diabete di tipo 1, con un’incidenza annuale del 4-8% negli adulti. Nei bambini e negli adolescenti rappresenta una frequente modalità di esordio della malattia e rimane una delle principali cause di morbilità e mortalità, soprattutto nei soggetti più giovani con nuova diagnosi. I pazienti che hanno avuto un episodio di Dka presentano un rischio di mortalità significativamente più elevato rispetto alla popolazione generale”.

 

“Inoltre- ha proseguito- la Dka comporta un importante impatto sul sistema sanitario a causa di ricoveri urgenti, frequente ricorso alla terapia intensiva, degenze prolungate e riammissioni. L’incidenza della Dka è aumentata nel tempo, determinando un carico crescente per i sistemi sanitari”.

 

Uno degli aspetti più critici riguarda il percorso successivo all’emergenza. Se la gestione dell’episodio acuto è generalmente efficace, il paziente dimesso non sempre beneficia di un adeguato programma di follow up e di una presa in carico strutturata sul territorio.

 

Anche la non uniforme presenza del diabetologo nei pronto soccorso contribuisce a rendere il dipartimento di emergenza-urgenza un punto di particolare fragilità del percorso assistenziale. “La cura della chetoacidosi diabetica non termina con la stabilizzazione del paziente. Il periodo successivo alla dimissione- ha sottolineato il professor Claudio Maffeis, ordinario di Pediatria all’Università di Verona- è decisivo per prevenire nuove crisi e richiede una stretta integrazione tra pronto soccorso, servizi di diabetologia, medicina generale e territorio e questo è ancor più importante nel caso dei bambini. Educazione terapeutica e la futura disponibilità di sistemi innovativi di monitoraggio in continuo dei chetoni possono migliorare significativamente aderenza alle cure e prevenzione delle recidive: un approccio efficiente per ridurre l’insorgenza di un evento così grave”.

 

La comunità scientifica condivide ormai la necessità di sviluppare specifiche raccomandazioni sul follow up del paziente dimesso dopo un episodio di chetoacidosi diabetica, individuando criteri comuni, meglio se codificati, per il controllo metabolico, l’educazione terapeutica, il coinvolgimento dei caregiver e l’impiego delle più moderne tecnologie di monitoraggio glicemico che oggi possono fare la differenza.

 

In questo scenario, il ruolo del pronto soccorso assume una funzione strategica non solo per la gestione dell’urgenza, ma anche come punto di avvio di un percorso assistenziale strutturato.

 

In proposito il dottor Francesco Rocco Pugliese, direttore del Dipartimento Emergenza Urgenza dell’ospedale Sandro Pertini – Asl Roma 2 ha osservato che “il pronto soccorso è spesso il luogo in cui si affronta una condizione clinica ad elevata complessità e, in alcuni casi, si arriva alla prima diagnosi di diabete. È fondamentale che l’efficacia della risposta all’emergenza si accompagni a procedure condivise di dimissione e di collegamento con i servizi specialistici sul territorio, affinché il paziente possa continuare il proprio percorso di cura nelle migliori condizioni possibili”.

 

“La presa in carico territoriale- ha concluso il clinico- riveste inoltre un ruolo fondamentale nel ridurre la pressione degli accessi al pronto soccorso, contribuendo ad intercettare precocemente i bisogni dei pazienti ed evitare quindi situazioni che possano gravare eccessivamente sulle strutture ospedaliere. Un approccio che favorirebbe anche la sostenibilità della spesa”.

 

L’evento promosso da Italian Health Policy Brief ha confermato l’importanza di favorire un confronto multidisciplinare e istituzionale che consenta di individuare criticità operative e formulare proposte di governance condivise, contribuendo a definire un modello assistenziale più organico per la gestione della chetoacidosi diabetica.

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