La guerra di Trump

Il Medio Oriente in fiamme: la guerra in Iran e il tramonto degli Accordi di Abramo

 

di Balthazar

Il Medio Oriente sta attraversando una delle fasi più drammatiche della sua storia recente. L’esplosione del conflitto diretto con l’Iran ha ridefinito gli equilibri geopolitici, mandando in frantumi l’illusione di stabilità che la diplomazia internazionale aveva cercato di costruire negli ultimi anni.

Al centro di questo fallimento strategico vi è la crisi profonda – se non la fine de facto – degli Accordi di Abramo.

Cosa erano gli Accordi di Abramo?

Siglati nel settembre del 2020 sotto la mediazione degli Stati Uniti, gli Accordi di Abramo sono stati una serie di trattati storici volti alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e diverse nazioni arabe, tra cui Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan.

Il nome richiamava deliberatamente la figura del profeta Abramo, capostipite comune dell’Ebraismo e dell’Islam, per sottolineare lo spirito di coesistenza interreligiosa.

La vera logica dell’intesa, tuttavia, era squisitamente geopolitica e militare: superare lo storico stallo sulla questione palestinese per creare un asse di sicurezza ed economico comune in funzione anti-iraniana.

Washington puntava a un modello di egemonia a basso costo, delegando la stabilità regionale a una solida rete di alleati uniti dal comune timore verso l’espansionismo di Teheran.

L’impatto della guerra con l’Iran

La realtà del 2025 e del 2026 ha smentito violentemente i presupposti di quella dottrina. Gli attacchi congiunti tra Israele e Stati Uniti contro i siti nucleari ed energetici iraniani, uniti alle pesanti risposte missilistiche di Teheran e alle minacce di chiusura dello Stretto di Hormuz, hanno trasformato lo scenario in un conflitto aperto.La guerra ha quindi svuotato di significato la promessa originaria degli Accordi di Abramo.

Se da un lato alcune monarchie del Golfo continuano a collaborare in modo pragmatico e sotterraneo con l’intelligence israelo-americana per proteggere i propri cieli dai droni, dall’altro l’architettura di una “pace regionale diffusa” è crollata.

La pressione delle opinioni pubbliche arabe, storicamente vicine alla causa palestinese e ostili ai bombardamenti, ha costretto i governi firmatari a congelare o ridimensionare i patti.

I tentativi diplomatici statunitensi di allargare forzatamente l’intesa ad altri attori non fanno che evidenziare la fragilità di un sistema che ha scambiato la deterrenza militare per una pace duratura. Il Medio Oriente si riscopre diviso e vulnerabile, prigioniero di una guerra globale che i vecchi trattati non sono stati in grado di prevenire.

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