“Fakir era un uomo gentile che è morto mentre era in custodia di persone che avevano il dovere di proteggere la sua vita”.
Lo dice a LaPresse l’avvocata Barbara Spinelli, che aveva seguito la pratica per il permesso di soggiorno di Abderrahim Fakir, il 43enne morto ieri al Pilastro, a Bologna, durante un intervento della polizia nel corso del quale è stato bloccato a terra e ammanettato. Quanto ai suoi precedenti, Spinelli precisa che Fakir “aveva commesso reati già scontati 14 anni fa”, sottolineando che “questo elemento non può essere utilizzato come argomentazione”.
Secondo l’avvocata il 43enne “non ha mai avuto alcun precedente psichiatrico e l’ultima volta che l’ho visto era perfettamente capace di intendere e di volere, anche se provato da difficoltà di carattere economico”. Inoltre, dopo la riforma della normativa in materia di asilo, racconta Spinelli, Fakir “aveva il timore di poter essere fermato dalla polizia e ‘deportato’ in Marocco, un Paese che conosceva poco. La sua vita era qui. L’avevo rassicurato – sottolinea – spiegandogli che si trattava di una preoccupazione infondata, perché era regolarmente residente in Italia. Ci avevo anche scherzato sopra: ‘Guarda che siamo in uno Stato democratico’, gli avevo detto. ‘Quando la polizia vede i tuoi documenti è tranquilla, non ti possono deportare così’. Ma dubito che abbia avuto una reazione inconsulta alla vista dei poliziotti, proprio perché era in attesa del permesso di soggiorno”, aggiunge la legale.
Era un lavoratore, morto nelle mani dello Stato
“Basta processare Fakir, chi era, cosa faceva. Era un lavoratore, era gentile. Era rammaricato di aver dovuto licenziare alcuni dipendenti per il calo di lavoro”. “Si chiede a una donna stuprata come era vestita quando è stata aggredita, o cosa ha fatto per provocare lo stupratore? NO – scrive ancora Spinelli -. Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi perchè è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perchè era nella loro custodia. Chiedetevi se è obbligatoria la formazione per eseguire le manovre di contenzione, se oltre alla polizia anche i sanitari e parasanitari la studiano e sanno come intervenire mentre viene eseguita per verificare i segni di vitalità, chiedetevi se sia l’unico strumento possibile per contenere persone in fase in di fermo di polizia. Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perché ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi ecc.ecc. Chiedetevi se è giusto morire nelle mani dello Stato, che sia in un carcere sovraffollato, durante una manifestazione o nel corso di un fermo di polizia. Lasciate fare i processi nelle aule dei tribunali e lottate per una giustizia giusta per tutti, dalla fase cautelare a quella esecutiva. Ci sono richieste ormai improrogabili da vedere realizzate, per le quali lottare e scioperare: la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, una formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo soccorso e non discriminazione; l’istituzione di un meccanismo indipendente di indagine sulle condotte delle forze di polizia; la raccolta e pubblicazione sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di operazioni di polizia. Fakir ne sarebbe orgoglioso”.
Il nipote di Fakir, continueremo a chiedere giustizia per lui
“Ringraziamo tutte le persone che sono presenti oggi perché la vostra presenza dimostra che Abderrahim non è solo un nome sui giornali, dimostra che la sua storia è stata ascoltata e che la nostra famiglia non è sola. Non era un numero, non era una notizia, non era un caso: era una vita, era una persona amata e qualcuno ieri ha deciso di portarmelo via. Noi continueremo a chiedere verità per lui, per Abderrahim, per la nostra famiglia, perché nessun’altra persona debba vivere quello che lui ha vissuto”. Così la nipote di Abderrahim Fakir nel corso del suo intervento al presidio organizzato in piazza del Nettuno a Bologna dopo che la sorella del 43enne ha avuto un malore, venendo soccorsa in ambulanza. La giovane, visibilmente commossa e sostenuta a sua volta, ha voluto ringraziare le migliaia di persone presenti in piazza. “Grazie di cuore a tutti, grazie di cuore”, ha ripetuto più volte al termine del suo intervento.
Red
