Primo piano

“La Spagna vince il Mondiale. L’Argentina recita. Messi cammina. Ferrandes mena. Il calcio, finalmente, parla.”

di Loredana Vaccaroni

 

La Spagna ha vinto il Mondiale 2026. Non per destino, non per predestinazione, non per benedizione divina. Ha vinto perché ha fatto una cosa che l’Argentina ha dimenticato nel tragitto verso lo stadio: giocare a calcio.

L’Argentina invece è arrivata come si arriva a una cerimonia di beatificazione: Messi santo subito, violini, lacrime, applausi, la FIFA pronta a distribuire fazzoletti come gadget ufficiali. Il problema? La Spagna non aveva letto la brochure.

La partita dell’Argentina è stata un’opera lirica: gesti ampi, sguardi al cielo, mani nei capelli, preghiere, sospiri, tragedia greca, melodramma sudamericano, praticamente mancava solo il tenore che usciva dal tunnel cantando “Nessun dorma”

Messi camminava come se il pallone dovesse scusarsi per disturbarlo, tipo: “Mi perdoni, señor, posso… rotolare?”. Di María sembrava recitare l’ultimo episodio della sua carriera, scritto da un autore di telenovelas che ha appena litigato con la moglie: occhi lucidi, mani al petto, sguardo al cielo, mancava solo il vento artificiale. Otamendi urlava come un opinionista di talk show che ha appena scoperto di avere un microfono funzionante. E il resto della squadra? Fermi, immobili, con la stessa energia di chi aspetta che il destino faccia il lavoro, come se il Mondiale fosse Amazon Prime: “Arriva entro 90 minuti, garantito”

Sui social è esploso il tormentone: Messi, prima della finale, avrebbe “adottato” calcisticamente il 19enne spagnolo. Pacche sulle spalle, consigli da papà saggio, frasi tipo: “Tranquillo, ragazzo, un giorno sarai grande.” Ecco, quel giorno è arrivato. Con puntualità svizzera. Il 19enne, invece di ringraziare, gli ha fatto vivere 120 minuti da incubo: una specie di ti voglio bene, ma adesso ti rovino la serata.

Il ragazzo che Messi aveva coccolato, incoraggiato, lucidato come un trofeo di famiglia… gli ha regalato la versione calcistica di: “Papà, ora guido io. E tu siediti dietro, che faccio prima.”

La rete lo ha ribattezzato: “Il figlio che ti supera e ti liquida.”

Messi, che sperava nella successione morbida, si è ritrovato nella versione calcistica di: “Papà, ora guido io.”

A fine partita, mentre la Spagna festeggiava con la compostezza di chi ha appena vinto un premio aziendale tipo “Miglior Team Building dell’Anno”, Enzo Fernández ha inaugurato la sua nuova disciplina olimpica: il post‑match scomposto certificato. Ha spinto, strattonato, urlato, cercato il VAR ovunque: negli occhi dei fotografi, nelle tasche dei raccattapalle, persino nel cielo, sperando che apparisse come un drone motivazionale.

Un raccattapalle, terrorizzato, ha chiesto l’asilo politico alla bandierina del calcio d’angolo. Un guardalinee, per non essere coinvolto, ha improvvisato un crampo così teatrale che il Cirque du Soleil gli ha mandato un contratto.

Sui social lo chiamano già “l’unico giocatore capace di prendere un cartellino giallo anche per un pensiero aggressivo”: basta che gli passi un’idea storta in testa e l’arbitro gli mostra il cartellino come si mostra il QR code al supermercato.

La FIFA, disperata, sta valutando un nuovo protocollo: “Se un giocatore dà di matto dopo il fischio finale, si attiva automaticamente la modalità ‘UFC Light’: niente KO, solo scenate.”

La Roja ha fatto una cosa che ha scioccato mezzo pianeta: ha passato la palla, ha costruito, ha tirato, ha difeso. Una follia tattica. Un atto rivoluzionario. Un gesto quasi sovversivo.

Il gol di Ferran Torres al 106’ è stato talmente violento che il pallone, appena entrato in porta, ha chiesto il congedo per trauma da impatto. Un missile così potente che il GPS ha smesso di seguirlo e Google Maps ha suggerito: “Forse volevi andare su Marte?”

La rete ha vibrato come un condominio quando parte la lavatrice al piano di sopra. Il portiere argentino ha guardato il pallone entrare con la stessa espressione di chi vede arrivare una bolletta fuori budget. E gli statistici stanno ancora discutendo se catalogarlo come tiro, arma impropria o evento atmosferico.

In pratica: Ferran non ha segnato. Ha lanciato un oggetto nello spazio con testimoni.

E mentre l’Argentina cercava il miracolo, la Spagna cercava la porta.

Indovina chi ha trovato cosa.

La narrativa globale era chiara: Messi deve vincere perché è Messi. Come se il calcio fosse un concorso di popolarità. Come se il trofeo fosse assegnato tramite televoto. Come se la finale fosse un talent show e lui il concorrente preferito dalle nonne.

Ma il calcio non è un reality. Il calcio non è un premio alla carriera. Il calcio non è un algoritmo di gradimento.

Ehm! La stretta di mano finale? Messi non l’ha data a metà squadra spagnola. Ferrandes non l’ha data a nessuno. Trump avrebbe voluto darla a tutti, ma lo hanno evitato.

 

Ehm! Reality? Trumpone sul palco per farsi la foto di gruppo e Rodri, con quella calma da uomo che ha appena vinto un Mondiale e quindi non può rovinarsi la serata, gli fa il gesto universale del “prego, si accomodi di là”. Che nella traduzione spagnola suona: «Hermano, muévete, que la foto es nuestra.» E nella traduzione italiana: «Scansati, ché già ci abbiamo Messi, non ci serve un altro protagonista.»

Dalle immagini sembra davvero che Rodri stia indicando la corsia d’emergenza, tipo hostess che accompagna il passeggero fuori posto. Trump, però, non demorde: resta lì, mezzo dentro e mezzo fuori, come il classico invitato che non capisce quando è il momento di togliersi dalla foto dei testimoni.

E poi arriva Merino, dalla seconda fila, che mima la Trump dance. Un momento di pura arte contemporanea: la squadra festeggia, la coppa brilla, e dietro c’è uno che balla come se avesse appena vinto Ballando con le Stelle – Edizione Geopolitica.

Infantino, nel frattempo, fa il ruolo del PR disperato: prende Trump per il gomito e lo porta via con la stessa delicatezza con cui si trascina un bambino che vuole restare al parco. Ma nelle foto ufficiali, a meno di tagli chirurgici, Trump resterà: l’ultima persona in piedi a destra, come un cameo involontario. E nel mentre , una scena bruttissima di mai dire sportivo : i calciatori dell’argentina tutti di spalle.

In primo piano, la Spagna festeggia come un gruppo di studenti che ha appena scoperto di aver passato l’esame copiando bene. Sul palco blu, tutti stretti, urlano, saltano, si abbracciano: manca solo il DJ e il prosecco. Dietro, l’Argentina in bianco, ordinata, composta, in fila come all’INPS. Messi sembra pensare: “Ma non potevamo fare la fila per la coppa?”

La coppa è talmente enorme che pare un trofeo per chi ha vinto la vita. Sembra dire: “Io non mi muovo da qui, venite voi.” Ferrandes, se la vedesse, proverebbe a spingerla per protesta.

Sul palco, i giocatori spagnoli si abbracciano come se avessero appena ricevuto il bonus di fine anno. Uno urla: “¡Olé!” Un altro risponde: “¡No entiendo, pero ganamos!”

Dietro, i giocatori argentini sembrano partecipare a un casting per “Il Segreto – stagione finale”. Di María guarda il cielo, Otamendi guarda il prato, Messi guarda il vuoto. Un fotografo sussurra: “Signori, è finita.” E Messi risponde con lo sguardo di chi ha appena visto il futuro… e non gli piace.

La finale 2026 ci ha ricordato una verità che nessuno vuole ammettere: il calcio non è una fiaba, è un mestiere. Non è un mito, è una fatica. Non è un santuario, è un campo di lavoro.

La Spagna ha lavorato. L’Argentina ha sperato. Messi ha camminato. Ferrandes ha menato. Trump ha twittato.

E il calcio, con la sua solita ironia, ha premiato chi non aspettava il miracolo.

La Spagna ha vinto perché ha giocato. L’Argentina ha perso perché ha sperato. Ferrandes ha menato perché… è Ferrandes. E la coppa, immobile, ha assistito a tutto come una divinità dorata che non si sporca le mani.

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