Primo piano

L’Italia, il CT e il Paese del “non è colpa di nessuno”

di Riccardo Bizzarri (*)

 

C’è stato un tempo in cui l’Italia esportava il Rinascimento, il diritto romano e il genio di Leonardo. Oggi esporta conferenze stampa in cui nessuno sa chi abbia deciso cosa, chi abbia sbagliato e, soprattutto, chi debba assumersene la responsabilità. Il caso del nuovo commissario tecnico della Nazionale è l’ennesimo capolavoro del teatro dell’assurdo. Prima Pirlo sembra il prescelto, poi non lo è più. Nel frattempo si dimettono dirigenti, il ministro parla di “brutta figura”, il presidente federale risponde che bisognerebbe capire chi quella brutta figura l’abbia fatta, e altri scoprono le decisioni dalla televisione. Sembra una commedia di Eugène Ionesco, ma senza il talento di Ionesco.

Il problema, però, non è il calcio. Il problema è che il calcio è semplicemente lo specchio dell’Italia. Viviamo nella Repubblica dove l’orchestra del Titanic continua a suonare mentre l’equipaggio discute su chi abbia autorizzato l’acquisto del ghiaccio.

La responsabilità è diventata come l’Arca dell’Alleanza: tutti ne parlano, nessuno l’ha mai vista. Tacito scriveva: “Corruptissima re publica plurimae leges.” Quando lo Stato è più corrotto, aumentano le leggi. Oggi potremmo aggiornarlo: quando un sistema è più confuso, aumentano i comunicati stampa.

Il Paese funziona così. Un treno arriva in ritardo? È colpa del caldo. Una città si allaga? Colpa della pioggia. Un ospedale non funziona? Colpa dei tagli di vent’anni fa. La Nazionale resta senza CT? Colpa… bisogna capire di chi.

L’importante è che non sia mai di chi decide.

È la filosofia nazionale del “non ero io”, elevata a sistema di governo. Perfino Napoleone diceva che “la vittoria ha cento padri, la sconfitta è orfana.” In Italia siamo riusciti nell’impresa ancora più straordinaria: anche le decisioni vengono dichiarate orfane. E mentre il mondo corre, noi istituiamo tavoli, cabine di regia, advisory board, consulte, sottocommissioni e task force. Alla fine manca sempre una sola figura: quella che dice semplicemente “ho sbagliato”.

Il calcio italiano non è in crisi perché manca un commissario tecnico.

È in crisi perché riflette perfettamente una nazione dove la leadership è stata sostituita dalla burocrazia, il coraggio dalla cautela e la responsabilità dal rimpallo. Gaio Petronio, duemila anni fa, descriveva magnificamente questa sindrome:

 

“Riorganizzandoci, abbiamo creato l’illusione del progresso, mentre producevamo soltanto confusione, inefficienza e demoralizzazione.”

Sono passati quasi due millenni.

Abbiamo cambiato i telefoni, le automobili, i satelliti, l’intelligenza artificiale ma continuiamo a governare le crisi come nell’antica Roma decadente: discutendo animatamente mentre il Colosseo prende fuoco.

E poi ci domandiamo perché gli italiani abbiano smesso di credere nelle istituzioni. Forse perché, ormai, ogni vicenda nazionale assomiglia sempre più a una barzelletta raccontata con il tono di un funerale.

E la cosa più tragica è che non fa più nemmeno ridere.

(*) Giornalista

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